Una
storia di «tutti» i luoghi del territorio serravallese sarebbe
impresa lunga ed onerosa e richiederebbe una trattazione a parte.
Per i fini del presente lavoro sono sufficienti le note qui di
seguito riportate e relative ai più importanti possedimenti e
luoghi, specie se ancora oggi esistenti.
La «stima» è stata la base grazie alla quale possiamo
stabilire molti dati e nomi di luoghi e persone della fine del
secolo scorso. Fra i territori compresi nei confini della decima, le
proprietà più consistenti erano quelle del sig. Pietropoli Francesco
del fu Angelo con la possessione Contarina, Sabbioni e del
Palazzone; del sig. Pivanti Filippo del fu Giorgio con la tenuta
Crepalda e parte del Fondo Benissimo, la Brajola ed il Brollo; del
sig. Cavalieri Ventura con il Fienilone e la Valle, passate poi alla
Società Bonifiche Ferraresi; e, infine, dei fratelli Biolcati con i
Sabbioni, la Braglia Novali ed il Pradone. Oggigiorno molti dei nomi
di tali terreni non si usano più, come sono caduti in disuso quelli
relativi ad appezzamenti di terra e a proprietà minori (es.: Vidara,
Andrione, Prati, ecc.). Fra i territori più estesi vanno ricordati
quelli del Fienilone, che negli anni 1860/'65 erano ancora in gran
parte vallivi, eccettuata una piccola striscia di circa 5 ettari a
ridosso del Canal Bianco, bonificata e, perciò, produttiva. Da
ricordare la possessione Contarina (nella Stima identificata con gli
attuali terreni del Palazzone) che abbiamo già visto prendere nome
dal fatto che, anticamente, essa apparteneva alla nobile famiglia
dei Contarmi, patrizi veneziani che, fin dal secolo XIII, assieme ad
altre famiglie venete: Moro, Fontana, Quirini, godevano di certe
investiture su boschi e paludi nelle valli di Coccanile che si
estendevano fino a Po di Venezia.
Dai Contarmi, la possessione pervenne in proprietà ai
Giglioli i quali, sul finire del 1700, la concessero in utilità ai
fratelli Bartolomeo e Giorgio Benazzi di Pietro. La proprietà passò
quindi ai Pietropoli e, in seguito, ai Mongini che vi costruirono la
casa padronale attualmente esistente. L'attuale via Mongini, fino a
circa metà dell'Ottocento veniva chiamata «Strada di ragione Benazzi»
(vedi il Foglio del Catasto Terreni dell'anno 1835, relativo a
Serravalle). Solo in seguito essa divenne «Strada dell'Ariosta» e
infine «Via Stefano Mongini».
Ritornando al discorso della denominazione dei luoghi
soggetti a decima, è da dire che col passare degli anni i vecchi
appellativi hanno subito rimaneggiamenti e alterazioni o, nel
peggiore dei casi, sono andate in disuso. La manomissione
dell'antica toponomastica crea non pochi intralci allo studio della
zona e della vita agricola del tempo, cosicché anche la
consultazione degli antichi rogiti, necessaria e d'obbligo, non
sempre porta alla individuazione dei possedimenti.
Cominciamo con i «Sabbioni». Questi, assieme al
«Fondo Sabbioni» e ai «Sabbioni vecchi», i primi due compresi grosso
modo fra le vie Bonamico e Roma confinanti a nord con l'Argine del
Po, e il terzo comprendente una parte del territorio confinante a
nord con i primi, a sud con l'argine sinistro del Canal Bianco e a
ovest con i terreni del Palazzone - traggono la loro denominazione
dalla caratteristica prevalentemente sabbiosa del terreno. Si può
ragionevolmente pensare ai depositi di sabbia prodotti dalle acque
del Po nel corso delle varie rotte che interessarono il nostro
paese, depositi che erano più consistenti nei luoghi più avvallati.
Ed infatti la zona maggiormente sabbiosa è proprio quella a ridosso
dell'argine del Po, zona che comprende in gran parte i cosiddetti
«Sabbioni». Basti pensare che nella proprietà dei fratelli Biolcati
esisteva ancora agli inizi di questo secolo una cava di sabbia,
usata in special modo per i lavori dei muratori locali. Nella
«Pianta del Terrimento in Saravalle di ragione delli Signori
Biolcati» redatta il 30/11/1858 dal perito ferrarese G. Benazzi ed
allegata all'atto di divisione fra Giuseppe, Antonio, Gaetano e
Pietro Biolcati, rogato dal notaio ferrarese dott. Gaetano
Giovannelli il 15 dicembre 1859, si desume lo stato di una gran
parte del territorio serravallese di proprietà di questa numerosa e
facoltosa famiglia. In esso, fra l'altro, vi si cita il piccolo
appezzamento chiamato «Sabbioni de' morti» situato in confine con
l'argine del Po, verso il Ghetto, che non è menzionato nella «Stima»
ed è caduto in disuso. Fra gli atti di natura privata in cui si
nominano i «Sabbioni» si trova anche quello rogato dal notaio
D'Antonio di Ferrara in data 22/10/1887, registrato in Ferrara
l'11/11/1887 al n. 607, relativo alla cessione di terreni fatta
dalla signora Pietropolli Teresa, vedova di Pivanti Achille, a
favore del figlio Giovanni, e della relativa divisione fra Pivanti
Filippo, Giovanni e Giuditta, questi ultimi due figli del fu
Achille. I Pivanti, fra le altre loro proprietà, ebbero anche il
fondo «Sabbioni», di cui una parte notevole fu pure dei Biolcati.
L'atto risulta interessante in quanto cita il nome di un piccolo
appezzamento, detto «Le Bagatelle» (distinto nella vecchia Mappa col
n. 1166) che, tuttavia, non è più presente nella «Stima» del Cugini
del 1891, ed il cui uso è da molto tempo scaduto fra la nostra
popolazione, tanto che neppure le persone anziane di Serravalle lo
ricordano.
Il vocabolo «Braglia», deriva invece dal teutonico «braia»
ed indica un appezzamento di terra generalmente alberata e vitata ma
priva di casa colonica. Da tale termine derivano: «Brajola», terreno
meno vasto del precedente; «Braglino da Po», dei fratelli Biolcati,
situato nei pressi del Po, e il «Braglino», piccolo appezzamento,
quasi un orto; la «Braglia Novali», sempre di proprietà dei Biolcati,
indicante il campo ridotto di fresco a coltura. «Novale» infatti
(dal latino: «novale-is» sottinteso «solum» cioè «suolo») indica un
terreno che è stato bonificato da poco e che viene lasciato in
riposo per qualche tempo in attesa della aratura. Un campo alberato
e vitato non veniva, di solito, arato o predisposto per la semina,
così come un campo di recente bonificato non poteva venir subito
coltivato; a volte, anzi, lo si lasciava incolto per qualche tempo
ed il suo unico uso era quello di adibirlo a pascolo. Scorrendo,
infatti, la serie degli appellativi della citata «Stima», troviamo i
cosiddetti «Prati» e il «Pradone» (evidente accrescitivo del primo,
secondo il dialettale «pradòn). Questi appezzamenti di terra erano
situati alla destra del Canal Bianco in unione ai «Dossi». Negli
anni 1860/'65 essi erano ancora in gran parte incolti e venivano
adibiti al pascolo delle bestie. «Dosso» (da cui poi «Dosso Marianti»,
a sud del nuovo cimitero) è una parte di terreno emergente rispetto
a quello circostante. Lungo i dossi si formarono le prime piste
transitabili che il più delle volte seguivano il tracciato dei
numerosi canali di scolo. Nel nostro caso veniva denominata «Dosso»,
o anche «Dossi», quella lingua di terra che aveva i suoi confini a
nord con l'argine destro del Canal Bianco, a est con la strada del
cimitero, a sud con lo scolo detto la «Fossetta» e a ovest con
i terreni del Fienilone, di proprietà della Società Bonifiche
Ferraresi. I «Dossi» vennero completamente bonificati
successivamente al 1862; una parte di essi era però produttiva e
coincideva con una stretta zona di terra costeggiamo l'arginatura
destra del Canai Bianco. Sul finire del 1700 il territorio di valle
era denominato «Valli di Saravalle sotto Ariano» così come risulta
dalla carta riportata sotto la numerazione 19. Anche questo
territorio vallivo, dipendendo dalla giurisdizione di Serravalle, e
quindi sotto la cura parrocchiale d'Ariano almeno fino al 1818, era
compreso nella diocesi di Adria.
Come in dialetto si indica con «spagnara» il terreno
coltivato ad erba medica, così il termine «Vidara» individua un
terreno da parecorto; la «Braglia Novali», sempre di proprietà dei
Biolcati, indicante il campo ridotto di fresco a coltura. «Novale»
infatti (dal latino: «novale-is» sottinteso «solum» cioè «suolo»)
indica un terreno che è stato bonificato da poco e che viene
lasciato in riposo per qualche tempo in attesa della aratura. Un
campo alberato e vitato non veniva, di solito, arato o predisposto
per la semina, così come un campo di recente bonificato non poteva
venir subito coltivato; a volte, anzi, lo si lasciava incolto per
qualche tempo ed il suo unico uso era quello di adibirlo a pascolo.
Scorrendo, infatti, la serie degli appellativi della citata «Stima»,
troviamo i cosiddetti «Prati» e il «Pradone» (evidente accrescitivo
del primo, secondo il dialettale «pradòn). Questi appezzamenti di
terra erano situati alla destra del Canai Bianco in unione ai
«Dossi». Negli anni 1860/'65 essi erano ancora in gran parte incolti
e venivano adibiti al pascolo delle bestie. «Dosso» (da cui poi
«Dosso Marianti», a sud del nuovo cimitero) è una parte di terreno
emergente rispetto a quello circostante. Lungo i dossi si formarono
le prime piste transitabili che il più delle volte seguivano il
tracciato dei numerosi canali di scolo. Nel nostro caso veniva
denominata «Dosso», o anche «Dossi», quella lingua di terra che
aveva i suoi confini a nord con l'argine destro del Canal Bianco, a
est con la strada del cimitero, a sud con lo scolo detto la
«Fossetta» e a ovest con i terreni del Fienilone, di proprietà
della Società Bonifiche Ferraresi. I «Dossi» vennero completamente
bonificati successivamente al 1862; una parte di essi era però
produttiva e coincideva con una stretta zona di terra costeggiamo
l'arginatura destra del Canal Bianco. Sul finire del 1700 il
territorio di valle era denominato «Valli di Saravalle sotto Ariano»
così come risulta dalla carta riportata sotto la numerazione 19.
Anche questo territorio vallivo, dipendendo dalla giurisdizione di
Serravalle, e quindi sotto la cura parrocchiale d'Ariano almeno fino
al 1818, era compreso nella diocesi di Adria.
«Andrione»
invece, dovrebbe trarre la sua origine dall'italiano «androne» che
indica il terreno compreso fra due filari di viti.
Il fondo «Loghetto», la cui decima era stata
commutata nel 1862, trent'anni prima della «Stima» dell'ing. Cugini,
era costituito da un appezzamento di terra pari a circa sei ettari,
confinante a nord con le proprietà Chiavieri e Giglioli, a est con
la strada dei Grandi, a sud con lo scolo Re dei Fossi, a ovest con
le proprietà Mantovani, Chiavieri e Frizzati. «Loghetto» è un
diminutivo di «luogo» e starebbe, oltre che per «piccolo luogo» -
cioè poco esteso - anche per «piccolo podere»; infatti, nel
linguaggio del tempo «luogo» e «piccolo podere» indicavano la
stessa cosa. Da «Loghetto» trae poi origine il nome del piccolo
borgo ai piedi dell'argine del Po di Goro, il «Ghetto», .diviso a
sua volta in «Ghetto piccolo» (italianizzazione del volgare «ghitìn»
e anche «ghetìn») e «Ghetto Grande», i quali - fra l'altro - sono
strettamente confinanti con il «Loghetto». Queste denominazioni
.derivanti l'una dall'altra, nate con ogni probabilità fra il secolo
XVIII e il secolo XIX, sono in parte spiegabili anche col fatto che
la campagna serravallese è ricca di questi piccoli agglomerati
rurali i quali, anticamente, erano provvisti di un podere più o meno
esteso e di proprietà della famiglia padronale. Vedremo più avanti
come gran parte della zona posta in prossimità di Ponte Giglioli un
tempo fosse proprietà delle tre confraternite della chiesa d'Ariano
Polesine che l'aveva concessa a livello a diverse famiglie.
Il fondo «La Mussàra», alla data della «Stima»
(1891), era proprietà di Pietropoli Comingio di Francesco e la sua
superficie era di poco superiore ai 2 ettari. Confinava a sud e
ovest con la proprietà di Pietropoli Francesco - il famoso «sior
Checo» da cui prese il nome il ponte, ora in muratura, della strada
che da Serravalle conduce ad Ariano costeggiando il Canal Bianco - a
nord con quella di Antonio Carini e a est con la strada pubblica e
le possessioni Patrignani. Stando così i confini, è da presumere che
la «La Mussàra» fosse in realtà più spostata ad ovest di quanto noi
ora crediamo, e cioè comprendesse la lingua di terra che va
dall'inizio di via de' Grandi fin quasi al menzionato ponte, non già
le possessioni di qua e di là dall'attuale via Verdi. Il nome «Mussàra»
sembra indicare, così come vuole la tradizione orale di parecchie
generazioni di Serravallesi, il luogo dove pascolavano i «mussi»,
cioè i somari. Ipotesi attendibile giacché nel 1891 il fondo era
stato da poco trasformato in orto.
Il «Brollo» è invece il terreno che, assieme alla «Brajola»,
faceva parte della possessione del sig. Filippo Pivanti del fu
Giorgio. I due terreni, assieme, confinavano a nord e ovest con le
ragioni Biolcati Francesco, a est con Turati, a sud con il Rè dei
Fossi. Il «Brollo» deriverebbe dal celtico «brògilos» ed in italiano
si trovano pure altri due termini, e cioè «broilo» e «brucio». Oltre
ad indicare specificamente un piccolo bosco recinto, «Brollo» ha
pure i significati di giardino, orto e verziere o, più in generale,
di luogo alberato. Mario Zucchini nel suo libro L'Agricoltura
ferrarese attraverso i secoli, Roma, 1967, p. 186 e segg., fa
presente che la coltivazione di piante fruttifere veniva
esclusivamente praticata nei cosiddetti «brolli» di campagna o, in
città, negli orti esistenti all'interno delle mura cittadine.
Insomma, il «Brollo» doveva essere, citando il Chendi, un
«comprensorio di fruttari», cioè una specie di frutteto di casa,
posto in luogo elevato rispetto al terreno finitimo, circondato da
fossi di scolo e da un eventuale recinto.
Veniamo ora ad alcune possessioni e luoghi la cui
origine e descrizione non risulta evidenziabile della «Stima» del
1891, bensì da atti di investitura livellarla ritrovati
nell'Archivio della chiesa parrocchiale di Ariano Polesine (Rovigo).
Di tali terreni solo alcuni passarono col tempo a decima, gli altri
ne erano e ne sono tuttora esclusi.
Fin dall'anno 1682 le tre confraternite del SS.mo
Sacramento, della Beata Vergine del Carmine e del SS.mo Rosario
erette nella chiesa arcipretale di Santa Maria della Neve in Ariano
Polesine, possedevano una campagna parte arativa, parte pascoliva e
parte valliva situata nel territorio di Serravalle, denominata «Giocola»,
della superficie di stara ferraresi 285 con casa rusticale e fienile
di canna, ereditata per disposizone testamentaria dal fu Antonio
Broglio. Solo dal documento del 9/11/1691 «Emptio d. Simonis
Bonifatii a DD. Anna Grandia Lanzona et Cattarina Grandia Novara»
(Archivio parrocchiale di Ariano Polesine, p. 102 (retro) fino al
107, e 107 (retro) del libro dell'amministrazione) si può capire il
perché la Giocola sia così chiamata. La spiegazione sta nel fatto
che essa appartenne in origine al sig. Leonello de' Giocoli (o
Giocoli!) e quindi ai suoi diretti eredi. Ma, come si vedrà nella
appendice, il Leonello de' Giocoli fu solamente colui che gli atti
ci trasmisero come il più famoso della sua schiatta investito nel
fondo che dal suo cognome prese il nome, e come colui che risulta
più nominato negli atti dell'Archivio di Ariano Polesine. Il fondo
passò in seguito ai Bonifazio e quindi ai Grandi ed ebbe a subire
non sempre felici vicende tanto che nell'atto sopra citato si
descrive la possessione come costituita da una «casa murata, cupata
et solarata modo ruina mirante, ut apparet ex actis domini Athanasii
Baldi cum pauco terreno subiectum [!], arativo, arborato et vitato
cum aliis suis iuribus et attinentiis positis in Villa Saravalis
Ariani districtus, confìnans ab uno capite cum Padii [!], et alio
capite Andrea de Cristi, uno latere via Consortivam [!], et alio
latere ill.mo Co.: Alfhonso Bevilaqua cum praedio noncupato la
Cre-palda (...)», Verso la fine del XVIII secolo le parti di
proprietà delle tré confraternite vennero unite con decreto datato
12 dicembre 1767 del vescovo d'Adria mons. Arnaldo Speroni e
concesse a titolo di livello perpetuo al sig. Domenico Turatti detto
«Benissimo» per la corresponsione annua di livello di scudi romani
34, baiocchi 24 (che - a sua volta - veniva divisa per ciascuna
delle tre confraternite nella misura di scudi 11, baiocchi 41
e denari 4: si veda al proposito il rogito del 19/12/1767 del notaio
Antonio Maria Monti Sansilvestri di Ferrara).
Successivamente le confraternite vennero soppresse e
i loro beni avocati dal Regio Demanio di Ferrara, tranne quelli
spettanti alla cessata confraternita del SS.mo Sacramento che furono
assegnati al benefìcio della chiesa parrocchiale di Ariano e fra i
quali vi era la terza parte di diretto dominio della campagna «Giocola».
Gli eredi del primo investito, Signor Domenico Turat(t)i, non solo
non pagarono fino a tutto il 1831 gli annui canoni così da
risultarne una somma ingentissima pari a lire austriache 655, ma non
soddisfecero neppure gli obblighi del pagamento delle imposte
prediali e delle tasse consorziali tanto che i Ricevitori erano
stati più volte sul punto di procedere alla vendita della campagna
con il mezzo dell'asta pubblica. Vi si aggiunga anche il fatto che
venivano trascurate le coltivazioni tanto da andarne in deperimento
i terreni e, con la scarsa manutenzione degli immobili, la stessa
casa rusticale. Al Demanio successero nella proprietà della «Giocola»,
come parti cointeressate (in unione alla Fabbriceria della chiesa
d'Ariano Polesine) le RR. MM. Cappuccine di S. Giovanni Battista di
Bagnacavallo per una terza parte e per l'altra terza parte il
vescovo di Cervia (e per esso la chiesa di S. Maria degli Angeli in
Villa Canuzzo come assegnataria del vescovo e rappresentata dal M.R.
don Gerolamo Neri, economo della citata chiesa). Di concerto le tre
parti decisero di chiamare in giudizio davanti al Tribunale Civile
di Ferrara i coniugi Turatti per ottenere il pagamento del debito, e
per il rilascio della campagna. Ottenuto quanto richiesto, con la
emissione del decreto del tribunale ferrarese in data 19/8/1833, con
il successivo atto di immissione nel possesso della campagna «Giocola»
reso esecutorio dal Cursore Giurato del Tribunale il dì 4/11/1833,
la Fabbriceria della chiesa di Ariano si preoccupò di trovare al più
presto una persona idonea cui concedere a livello perpetuo la terza
parte della campagna stessa. Nello stesso tempo la contessa Carolina
Cicognara, vedova Giglioli, avanzò richiesta per essere investita
nel livello, offrendo il canone annuo di scudi romani 8 pari a lire
austriache 50. Il Regio Governatorato di Venezia richiese una
perizia che venne compiuta dall'ing. Giovanni Paolo Calzoni a'
termini del decreto 23/10/1834, n, 38198 e, sulla scorta delle
risultanze, autorizzò in data 10/11/1834 con lettera n. di prot.
2835 la Fabbriceria a stipulare il contratto di livello perpetuo. Ma
si richiedeva, nel contempo, l'assenso alla stipula pure per la
contessa Cicognara-Giglioli, la quale l'ottenne due anni dopo con il
decreto 23/12/1836 del Tribunale Civile di Ferrara.
Il contratto di investitura livellaria venne
stipulato 1'8 marzo 1837 presso la R. Pretura d'Ariano e con esso si
concedeva in livello alla nobildonna la possessione «Giocola»,
divisa in due corpi separati l'un dall'altro. Il primo della
superficie di 189,30 stara ferraresi, pari a 205,00 pertiche
censuarie, vicino al Po d'Ariano e poco distante .dal passo di Santa
Maria (").
Sempre dalla perizia Calzoni vediamo ora la
descrizione della casa e quella relativa alla seconda parte di
terreno al di là del Canal Bianco:
«Nell'angolo di ponente-tramontana, perciò vicino
all'Argine del Po, è situata l'unica Fabbrica appartenente a questa
proprietà. Questa casa a cui s'attacca in ponente quella del
confinante Turati, è composta di due camere a pian terreno, due a
solare, e due ad uso di grannaro, e tutto di muro coperta a coppi,
ma per la mancanza totale delle imposte alle porte e finestre, per
lo stato rovinoso dei due solari e perché il tetto non le difende
bene, dalla pioggia avendo dei coppi rotti, non sarebbe
assolutamente abitabile senza una preventiva spesa rilevante di
indispensabile ristauro (omissis). Il secondo corpo di terreno è
situato a ponente del primo, ma alla sponda destra del Canal Bianco
è denominata Valle Giocola, ed è formato in figura di esteso
quadrilungo avente i maggiori due lati paralleli; esso è della
quantità superficiale di Stara n. 93,222 pati a pertiche censuarie
n. 103,66 e confina a levante cogli eredi di Domenico Folla; a
mezzodì collo scolo pubblico detto il Contarmo oltre il quale li
Nobili Signori Conti Giglioli, a ponente con Carlo, Giovanni e Paolo
zio e nipoti Turatti Benissimo, e finalmente a Tramontana gli stessi
congiunti Turatti Benissimo, con poco terreno fino sul Canai
Bianco.»
La valle Giocola si presentava allora in gran parte
come valle da canna, palude e, per il resto, pascolo. Il 29 marzo
1828 la contessa Carolina Cicognara-Giglioli otteneva il livello
della parte della chiesa di Canuzzo per mezzo del rogito Ingoii, e
sempre lo stesso giorno otteneva l'investitura della rimanente parte
dalle Cappuccine di Bagnacavallo con rogito dello stesso notaio. Con
rogito Sturatti del 19 febbraio 1851 quest'ultima parte venne
affrancata, come pure vennero affrancati i rimanenti due terzi nel
1887 per opera degli eredi del conte Giuseppe Giglioli al quale
erano pervenuti in eredità dal fratello conte Luigi, entrambi figli
della nobildonna.
Dopo di che, le vicende della «Giocola» diventano
troppo recenti per risultare in qualche modo interessanti. Basti
però dire che nella «Stima» della decima, troviamo l'orto
«Benissimo» di proprietà del conte Giglioli soggetto a decima.
Sarebbe stata inutile ogni congettura sulla denominazione di questo
appezzamento se non si fosse scoperto nell'Archivio di Ariano
Polesine che «Benissimo» era solamente il soprannome col quale
veniva chiamato Domenico Turatti primo investito nel livello del
fondo «Giocola».
Ma la ricerca svolta ad Ariano ha permesso di saperne
di più circa altre possessioni e luoghi del territorio serravallese.
Significativo, ad esempio, il documento: «Emptio census prò
venerabilibus Confrater-nibus SS. Sacramenti et Rosarii terrae
Ariani a Dom.co Jo. Bapta et a Matteo Fratribus de Bonfennum ab
Ronchinis» datato 26 novembre 1692 con il quale si passa il censo di
livello delle cosiddette «Montagnole» in luogo detto «Seravalle»,
comprese fra i confini «da un capo la possessione chiamata Giocola,
dall'altro capo il Canal Bianco, da un lato il Conte Gio.
Giglioli con una via morta e dall'altro lato Giov. Bonfenno» da un
livellarlo all'altro per l'importo annuo di scudi romani 74,
baiocchi 66 e denari 8. Tenendo presente i confini citati dal
documento il terreno è approssimativamente individuabile
immediatamente a sud della possessione Giocola, all'incirca nella
zona che oggi viene detta del «Livello», Per quanto riguarda la
«Griffa», bisogna arrivare al 23 dicembre 1720 per capire finalmente
il perché tale possessione si chiami così.
La denominazione «Griffa», come quella di «Giocola»,
deriva dal cognome di un livellarlo. Già il Penna nelle sue carte
corografìche datate 1662 (vedi carta n. 2) riporta la denominazione
del luogo e possessione della «Griffa», cui si accedeva dall'argine
del Canal Bianco attraverso uno stradone il cui tracciato è
nettamente individuabile nella carta. Nell'atto del 1720 risulta
investito nel livello della «Griffa» il signor Ippolito Griffe di
Mario, a favore della confraternità del Santissimo Sacramento di
Ariano Polesine ("). La possessione consisteva in un «Casale con una
parte di casa murata, cupata e soletata posta nella Villa di
Serravalle Giurisdizione della Terra d'Ariano». Casale consistente
«in un portico e camera a terreno e di sopra alla detta camera
un'altra camera a solare, murata con muraglie in certi siti aperte e
con coppello in tave tutto cadente e parte in grisola con sellare
della camera roto e soto detto portico una poca parte con tolle
ammarcita e con una scalla per andar nella camera suddetta e sellare
fatta di pietre sopra pontelli di legno». Ecco i confini della
possessione: da un lato il terreno di Carlo Antonio Patergnani,
dall'altro lato il terreno del marchese Bevilacqua e con pane di
terreno dello stesso Griffe. B terreno, allora, si presentava in
parte «arativo, sabionivo, con pioppelle e pochi saliceti ottenuti
con qualche piede di ritta giovine e tenuta». La possessione
«Griffa», alla data del documento, risultava di circa 6 staia
ferraresi.
Per altri luoghi, i documenti consultati si limitano
alla generica citazione «beni posti in territorio d'Ariano in luogo
detto Saravale». E il caso degli atti che riguardano i fratelli
Valleri, Giovanni de Venevi, la famiglia Durati, il possidente
Giuseppe Boscarolo, i primi tré del 1678, il quarto del 1727. E
certo che tali possessioni non andavano oltre i confini dei terreni
soggetti alla decima abbaziale, costituita dai Giglioli nei terreni
di loro proprietà, decima che veniva percepita dall'abate per il
mantenimento suo e per la manutenzione del sacro edificio. Di ciò si
è già riferito a sufficienza nelle pagine precedenti. In altri atti
del Libro Catasto si nominano i terreni ed i luoghi che
venivano dati a livello. Di alcuni di essi è stata variata col tempo
la primitiva denominazione sicché risulta difficoltoso individuarli
e collocarli nell'attuale toponomastica. E il caso del terreno e del
casale denominato il «Botazzo» per il quale si potrebbe pensare
all'attuale possedimento denominato «Botte» situato poco prima di
Ariano Ferrarese; meno probabile invece il riferimento alla «Botte
Crepalda» in prossimità del Ponte Crepalda sul Canai Bianco, a lato
della strada provinciale per Ariano, e meno ancora alla possessione
«Le Botticelle» in territorio serravallese fra il Fienilone e Ponte
Albersano. Peraltro, di uno o più terreni che erano stati posti a
livello è rimasto solo il termine «Livello» a conferma della loro
origine. Considerando poi i terreni privi di alcuna denominazione di
cui si parla nelle note 10 e 17, è probabile che uno o più di essi,
date le ridotte dimensioni, fossero collocati proprio nella zona
dell'attuale «Livello».
Un'ultima parola è bene spenderla per la tenuta «Crepalda»
e per la zona «Grandi». In alcuni documenti ritrovati nel Catasto
1659 «Instrumentum...», si parla della tenuta Crepalda in possesso
dei marchesi Bevilacqua fin dalla fine del 1600. Di essa non si
conosce l'origine del nome, ma è da credere - come nel caso della «Giocola»,
dell'appezzamento «Benissimo», della «Griffa» e di altri luoghi -
che esso derivi dal cognome o dal soprannome degli originari
proprietari o di chi l'aveva in enfitèusi, presumibilmente di una
certa famiglia Crepaldi. Ciò che la consultazione degli archivi ha
confermato è che verso la fine del '600 e per buona parte del '700,
fino a che essa non venne acquistata dalla famiglia Pivanti, la «Crepalda»
era in possesso dei Bevilacqua. Tali marchesi, proprio nel periodo
in parola - non se ne conoscono le ragioni - esercitavano anche il
gius-patronato sull'abbazia di Serravalle al posto dei Giglioli, con
diritto di presentazione degli abati al vescovo per la nomina ed
immissione nel possesso. Lo prova l'atto di nomina dell'abate
Schiavi (1761) di cui si parlerà più a fondo in altra parte di
questo libro.