Il Di Rudinì, allora al
Governo, adottò provvedimenti repressivi ed ordinò lo
scioglimento delle associazioni socialiste e cattoliche.
«Cinquanta dirigenti socialisti di Migliarino, Medelana,
Massafiscaglia, Gambulaga, Bondeno, Berra, Cologna, Serravalle,
Copparo, Comacchio furono arrestati: alcuni vennero prosciolti
in istruttoria, altri furono condannati a pene varianti da uno a
otto mesi di reclusione»
Mentre a Cologna, nel
1899, l'ing. Ugo Mongini raccoglieva le sottoscrizioni per la
ripresa delle pubblicazioni da parte della «Scintilla», e l'11
dicembre si teneva in Ferrara il primo Congresso provinciale
socialista, si chiudeva un'epoca di storia locale ed italiana ed
un'altra, non meno gravida di tensioni, si affacciava alla
ribalta della scena sociale, politica ed economica. La
situazione particolare del 1897-98 sfociò nel 1901 nelle prese
di posizione della classe operaia che nelle zone di bonifica
vedeva ancora una volta misconosciuta la serie di quegli
elementari diritti che, se garantiti in modo pieno, avrebbero
indubbiamente innalzato il tenore di vita e le condizioni
generali della popolazione.
«Attorno al 1900 nelle
nostre zone sorgono le prime Leghe contadine e tra il 1900 ed il
1901 vengono costituite quelle di Berra, Cologna e Serravalle.
Giungono, infatti,
nelle campagne i primi echi della propaganda socialista e i
lavoratori sentono parlare di libertà, della giornata di otto
ore e della necessità di organizzazione sindacale per
rivendicare un salario migliore».
Il padronato, d'altro
canto, deciso a proseguire nella linea della intransigenza,
soprattutto dopo i gravi fatti di Tresigallo, si affidò al
lavoro «sicuro» di centinaia di crumiri calati nel ferrarese
dopo il reclutamento effettuato a Lodi ed in Piemonte dalla
Banca di Torino
«Uno dei fondi
assegnati ai piemontesi fu la tenuta Albersano di Berra. Quando,
il 27 giugno, gli obbligati e gli avventizi di Berra li videro
al lavoro, in men che non si dica si formò un corteo di
scioperanti decisi ad ottenere un immediato confronto con i
crumiri, con l'evidente speranza di riuscire a persuaderli ad
associarsi allo sciopero. Arrivati che furono nei pressi del
ponte che dava accesso alla tenuta, gli scioperanti furono
fermati dall'ordine di arresto impartito da un reparto militare
schierato sul ponte, e comandato dal tenente De Benedetti, un
ufficiale particolarmente caro al padronato per essersi
dedicato, negli anni precedenti, allo studio dell'impiego
tattico della forza militare in difesa dei diritti della
proprietà minacciata dal contadiname. Si può facilmente
immaginare, al di là dell'inevitabile contraddittorietà delle
testimonianze raccolte dalle fonti, ciò che accadde. Gli
scioperanti volevano passare ad ogni costo per poter
parlamentare; il De Benedetti - che il Bissolati definirà un
«nevrastenico» ed un «impulsivo», - era deciso a sbarrare loro
la strada per impedire la duplice infrazione della legge
(violazione del diritto di proprietà e violazione della libertà
di lavoro) a suo giudizio rappresentata dall'attraversamento del
ponte.
Che il De Benedetti
fosse deciso a far funzionare le armi è attestato, proprio nel
dispositivo della sentenza di assoluzione del tribunale
militare, dalla descrizione del modo da lui tenuto nel rifiutare
la proposta di negoziato avanzata da un vicebrigadiere accorso
sul luogo in compagnia di un carabiniere: «Quando la massa era
già poco lontana - si legge nella citata sentenza - il
vicebrigadiere propose di andare a parlare con la folla; ma il
tenente glielo vietò ordinandogli di ritirarsi, perché con pochi
uomini come aveva, correva rischio di essere travolto e poi
perché, trovandosi davanti alla truppa il vicebrigadiere ed il
carabiniere, non sarebbe stato libero di agire come le
circostanze potevano richiedere». Due scioperanti (il
trentottenne Calisto Desuò e la trentaquattrenne Cesira Nicchio)
caddero subito, colpiti a morte dalla scarica ordinata dal De
Benedetti; un altro bracciante (Fusetti) morì successivamente
per le ferite riportate; molti altri scioperanti riportarono
ferite, più o meno gravi» (").
L'eccidio di Ponte
Albersano ebbe subito un'eco alla Camera e finalmente il salario
fu aumentato dal 9 al 10 e 1/2% in natura nelle terre vecchie, e
portato ali'11% nelle terre vallive; in pratica, una media di 3
lire al giorno per lavoratore, pari a lire 330 del 1958.
La lotta degli operai e
dei meno abbienti aveva ottenuto quindi una prima decisiva
conquista ed andava maturando i germi di una progressiva presa
di coscienza politica e sindacale, ma allontanava paurosamente,
e divergeva vieppiù, le posizioni della Sinistra e del movimento
cattolico.
«I cattolici operarono
ad alleviare le sofferenze della plebe rurale, coll'intento di
strapparle all'influenza irreligiosa dei socialisti, conseguendo
modesti risultati. I contrasti tra le Leghe e le Unioni
Professionali furono vivacissimi, ed il terreno venne aspramente
conteso. Ma i socialisti, che già avevano organizzati i primi e
più clamorosi scioperi generali, godevano di un prestigio
inamovibile. Le masse, nelle quali già fermentavano i germi
della incredulità e dello scetticismo, aderivano ciecamente alla
predicazione illusoria dei marxisti».
Contemporaneamente allo
sviluppo dei «germi della incredulità e dello scetticismo» si
sviluppava un'intensa e capillare opera di lotta alla religione
e alle istituzioni cattoliche, nonché agli stessi cattolici che
addirittura, in alcuni casi, venivano emarginati. Tutto questo,
certamente, non contribuiva a raccogliere in unità di intenti le
giuste aspirazioni e rivendicazioni di miglioramenti economici,
che non potevano essere, ben si capisce, esclusivo appannaggio
di un'unica formazione politica o sindacale. Anzi, incrementava
nei più esaltati ed esagitati la convinzione di trovare comunque
nel Clero e nei cattolici un «nemico» da abbattere, un ostacolo
ed un intralcio da superare anche con la forza per il
raggiungimento degli obiettivi propostisi dalla classe operaia
nella stragrande maggioranza socialista.
Ne è prova l'ordine del
giorno approvato dalla Lega femminile di Copparo, su proposta
del segretario della Camera del Lavoro, nel marzo 1908:
«Ritenuto - cosi il
testo - che le religioni sono il frutto delle fantasie esaltate
di uomini primitivi ed ignoranti, incapaci di ricercare le
spiegazioni dei fenomeni naturali; ritenuto che i presenti
ministri di tutte le religioni sono interessati a far permanere
la classe lavoratrice sotto il giogo dello sfruttamento
borghese, e le donne in ispecie nel peggiore asservimento
dell'anima e del fanatismo irragionevole; tutte le donne
organizzate si astengano assolutamente di frequentare la chiesa,
abbandonando ogni idea di religione e impegnandosi a non
compiere più i riti e le cerimonie ad esse imposte dalle chiese
e dalle rispettive religioni».
Accanto a questi
problemi di convivenza ideologica, nella nostra zona si faceva
pressante l'attuazione di quel desiderio d'autonomia
amministrativa sancito nella proposta di frazionamento del
Comune di Copparo in più enti locali, capaci di garantire
almeno in parte, una attenzione particolare ai problemi di una
popolazione in continuo aumento.
Divenuto autonomo, il
Comune di Berra iniziò la propria attività amministrativa il
mercoledì 2 febbraio 1910. A Berra vennero aggregate le due
frazioni di Serravalle e Cologna. Il 24 maggio 1912 il Consiglio
comunale di Berrà, sotto la presidenza del signor Gian Battista
Capatti - facente funzioni di sindaco - deliberò di dare uno
stemma proprio, al nuovo ente che si era costituito. Si
interrogò al proposito la Consulta Araldica di Roma, al fine di
stabilire se vi fossero antecedenti storici che potessero
portare alla delineazione o reintegrazione di uno stemma che
fosse stato nei tempi antichi il simbolo di questa zona. Ma ogni
ricerca, anche nei più antichi archivi italiani, fu vana e,
perciò si decise di creare ex novo uno stemma. Su una fascia
bianca campeggia il Po, biforcuto all'estremità destra, poiché
esso costeggia per tutta la sua lunghezza il territorio comunale
e lo caratterizza. In campo verde le tre stelle, simbolo dei tre
centri di Berra, Cologna e Serravalle, e la fiaccola simbolo
della libertà. Elaborato nel 1912 dal pittore ferrarese Edmondo
Fontana su commissione del Consiglio comunale, durante il
periodo fascista lo stemma comunale fu integrato con il fascio
littorio al di sopra dello stemma stesso, simbolo di
subordinazione dell'autonomia locale alla dittatura, prontamente
eliminato durante le ultime battute della guerra di liberazione
cui il nostro comune ha dato notevole contributo di sangue.
Concludo riferendo che
nei tre centri del nostro comune si svolgono settimanalmente i
tradizionali mercati: a Berra, ogni martedì, a Cologna ogni
venerdì, a Serravalle, ogni giovedì. Le feste patronali: a
Berra, con denominazione di «Fiera di Ferragosto», le
manifestazioni organizzate dal locale Comitato vanno dal 15 al
17 agosto (patrono: S. Rocco); a Cologna, sagra paesana il 20
luglio (patrona: S. Margherita), a Serravalle le due sagre (il
13 giugno S. Antonio da Padova, e il 4 ottobre S. Francesco
d'Assisi, patrono) da ormai dodici anni sono state conglobate in
un'unica sagra, che si tiene la prima domenica di agosto.
Il nostro breve
excursus storico e amministrativo si ferma qui. Certo, manca
tutta la lunga serie di vicende storiche, politiche,
amministrative ed economiche che hanno caratterizzato il periodo
successivo fino ai nostri giorni. Una simile esposizione esulava
dagli intenti del presente capitolo ed in generale di questo
lavoro; intenti che erano essenzialmente di ricerca e recupero
di materiale storico di epoche lontane, e, per ciò che riguarda
il nostro paese in particolar modo, mai fino ad ora
sistematizzato. Ritengo, inoltre, che il periodo che va dalla
Prima Guerra Mondiale ai nostri giorni, così gravido di
contenuti sociali, meriterebbe una esposizione ben più ampia di
quella che potrebbe risultare da un semplice «riassunto». Sono
sicuro, tuttavia, che soprattutto i giovani vorranno avvertire
la necessità di raccogliere il mio umile invito ad uno studio
serio e imparziale degli avvenimenti locali che qui non
figurano, e che hanno contribuito all'assetto della attuale
società. Solo così le vicende di tempi ormai lontani non si
slegheranno dalle contingenze attuali, ma saranno anzi, e
diventeranno in questo contesto, un ulteriore, prezioso
contributo alla conoscenza della nostra storia.