
INQUADRAMENTO STORICO-AMMINISTRATIVO
L'unità
d'Italia se contribuì a sanare il grave problema
della continuità geografica fra zone diverse per
vari aspetti, non ultimo quello politico e
sociale, lasciò tuttavia aperto quello di una
situazione economica estremamente precaria.
Si
intraprese, quindi, una politica di riforme e
provvedimenti per sanare l'indigenza,
l'ignoranza, la disastrosa situazione edilizia
pubblica e privata, l'assetto delle principali
vie di comunicazione.
Fra
le opposte fazioni politiche fu difficile
l'accordo e la collaborazione: persistevano
ancora in posizioni assurde i "nostalgici"
dei vecchi regimi, mentre da opposto lato
liberali, radicali, repubblicani premevano per
l'adozione di provvedimenti che, mentre
riscattavano la figura dell'Italia agli occhi
delle grandi potenze straniere, favorissero pure
la progressiva "laicizzazione" dello
stato.
Erano
questi gli anni in cui il clero ferrarese, nella
sua grande maggioranza, era restìo ad accettare
come fatto compiuto l'unità d'Italia e le nuove
istituzioni. Non pochi sacerdoti risultavano
ancora riluttanti; altri, invece (ed erano una
sparuta minoranza), vedevano di buon occhio
un'intesa pacifica e di tavolino fra Stato e
Chiesa nello stesso tempo in cui i primi erano
legati alla concezione della legittimità di
pretese temporalistiche papali.
L'unità
d'Italia se contribuì a sanare il grave problema
della continuità geografica fra zone diverse per
vari aspetti, non ultimo quello politico e
sociale, lasciò tuttavia aperto quello di una
situazione economica estremamente precaria.
Si
intraprese, quindi, una politica di riforme e
provvedimenti per sanare l'indigenza,
l'ignoranza, la disastrosa situazione edilizia
pubblica e privata, l'assetto delle principali
vie di comunicazione.
Fra
le opposte fazioni politiche fu difficile
l'accordo e la collaborazione: persistevano
ancora in posizioni assurde i "nostalgici"
dei vecchi regimi, mentre da opposto lato
liberali, radicali, repubblicani premevano per
l'adozione di provvedimenti che, mentre
riscattavano la figura dell'Italia agli occhi
delle grandi potenze straniere, favorissero pure
la progressiva "laicizzazione" dello
stato.
Erano
questi gli anni in cui il clero ferrarese, nella
sua grande maggioranza, era restìo ad accettare
come fatto compiuto l'unità d'Italia e le nuove
istituzioni. Non pochi sacerdoti risultavano
ancora riluttanti; altri, invece (ed erano una
sparuta minoranza), vedevano di buon occhio
un'intesa pacifica e di tavolino fra Stato e
Chiesa nello stesso tempo in cui i primi erano
legati alla concezione della legittimità di
pretese temporalistiche papali.
Una
tal sorta di tendenza liberale si manifestò a
Serravalle nell'allora abate-parroco don Angelo
Malandri, spirito liberale ed intraprendente,
aperto alle innovazioni anche sociali che
avessero come logica conseguenza il miglioramento
delle condizioni della propria popolazione, che
lo stimava incondizionatamente come paladino
della comunità paesana ed il più caldo
patrocinatore della istituzione della parrocchia
abbaziale di Serravalle. Fu proprio in occasione
delle elezioni amministrative del 1862, relative
al Comune di Copparo di cui come s'è detto
Serravalle a quella data faceva ancora parte, che
don Malandri trascinò con sé tutti i
parrocchiani a votare nella sezione elettorale di
Cologna, credendo nella "necessità di
propugnare le libere istituzioni". Questo
fatto singolare non mancò di essere segnalato
dalla stampa locale, ma l'azione del Malandri
rimase purtroppo slegata dalle prese di posizione
di altri suoi confratelli operanti in altri
centri del territorio emiliano-romagnolo.
E
fuori dubbio tuttavia che la realtà di una forza
sociale e, se si vuole, politica dei
cattolici, per quanto minima, non poteva essere
misconosciuta, soprattutto in quelle zone che
prima dell'unità erano sotto il dominio
pontificio. Esempi di sacerdoti anche più
impegnati politicamente del Malandri, rimasti
isolati nel sostegno della "necessità di un
atteggiamento più elastico, più realistico e
moderno verso i problemi del nostro Paese"
è possibile trovarne nel ferrarese, nel
bolognese, nella romagna.
L'unità
d'Italia se contribuì a sanare il grave problema
della continuità geografica fra zone diverse per
vari aspetti, non ultimo quello politico e
sociale, lasciò tuttavia aperto quello di una
situazione economica estremamente precaria.
Si
intraprese, quindi, una politica di riforme e
provvedimenti per sanare l'indigenza,
l'ignoranza, la disastrosa situazione edilizia
pubblica e privata, l'assetto delle principali
vie di comunicazione.
Fra
le opposte fazioni politiche fu difficile
l'accordo e la collaborazione: persistevano
ancora in posizioni assurde i "nostalgici"
dei vecchi regimi, mentre da opposto lato
liberali, radicali, repubblicani premevano per
l'adozione di provvedimenti che, mentre
riscattavano la figura dell'Italia agli occhi
delle grandi potenze straniere, favorissero pure
la progressiva "laicizzazione" dello
stato.
Erano
questi gli anni in cui il clero ferrarese, nella
sua grande maggioranza, era restìo ad accettare
come fatto compiuto l'unità d'Italia e le nuove
istituzioni. Non pochi sacerdoti risultavano
ancora riluttanti; altri, invece (ed erano una
sparuta minoranza), vedevano di buon occhio
un'intesa pacifica e di tavolino fra Stato e
Chiesa nello stesso tempo in cui i primi erano
legati alla concezione della legittimità di
pretese temporalistiche papali.
Una
tal sorta di tendenza liberale si manifestò a
Serravalle nell'allora abate-parroco don Angelo
Malandri, spirito liberale ed intraprendente,
aperto alle innovazioni anche sociali che
avessero come logica conseguenza il miglioramento
delle condizioni della propria popolazione, che
lo stimava incondizionatamente come paladino
della comunità paesana ed il più caldo
patrocinatore della istituzione della parrocchia
abbaziale di Serravalle. Fu proprio in occasione
delle elezioni amministrative del 1862, relative
al Comune di Copparo di cui come s'è detto
Serravalle a quella data faceva ancora parte, che
don Malandri trascinò con sé tutti i
parrocchiani a votare nella sezione elettorale di
Cologna, credendo nella "necessità di
propugnare le libere istituzioni". Questo
fatto singolare non mancò di essere segnalato
dalla stampa locale, ma l'azione del Malandri
rimase purtroppo slegata dalle prese di posizione
di altri suoi confratelli operanti in altri
centri del territorio emiliano-romagnolo.
E
fuori dubbio tuttavia che la realtà di una forza
sociale e, se si vuole, politica dei
cattolici, per quanto minima, non poteva essere
misconosciuta, soprattutto in quelle zone che
prima dell'unità erano sotto il dominio
pontificio. Esempi di sacerdoti anche più
impegnati politicamente del Malandri, rimasti
isolati nel sostegno della "necessità di un
atteggiamento più elastico, più realistico e
moderno verso i problemi del nostro Paese"
è possibile trovarne nel ferrarese, nel
bolognese, nella romagna.
Le
reazioni in campo cattolico alla politica
eversiva del patrimonio ecclesiastico, leggi 7
luglio 1866 e 15 agosto 1867, non tardarono a
farsi sentire. Tuttavia, "anche fra i
cattolici intransigenti si venne formando la
nuova coscienza nazionale, e con essa il
desiderio di sanare il dissidio tra chiesa e
stato, non secondo le formule del liberalismo
politico e col sistema delle Guarentigie, ma con
una chiara intesa e reciproche concessioni tra il
papa e il re".
Nella
nostra zona, mentre non si perdevano di vista i
problemi di ampia portata politica imposti dalla
presa di Roma e dal definitivo crollo della
temporalità della chiesa, si combatteva per
assicurare una dignità di vita alle numerose
famiglie di operai e braccianti agricoli, la cui
opera era ancora largamente sfruttata nei
latifondi. Le speranze nate circa un decennio
addietro con l'adesione all'unità nazionale e
presenti nell'opera del Malandri e della
popolazione, non erano state del tutto concretate
in decisi interventi governativi che andassero
nella dirczione di una redenzione economica e
sociale delle classi meno abbienti. Ciò
nonostante iniziò in quegli anni la grande
bonificazione ferrarese (1873), che si concluse
nel 1909 e contribuì alla produttività dei
terreni con il definitivo assestamento del
territorio.
E
proprio in quel periodo s'assiste ad un grande
incremento demografico. Non solo, ma molte
famiglie provenienti dal Veneto, sicure di
trovare una conveniente occupazione nelle terre
appena bonificate si insediarono
stabilmente nel territorio del basso ferrarese,
ed in modo particolare in centri, come il nostro,
situati lungo il Po. La situazione di quei
lavoratori rimase però notevolmente depressa.
L'unità
d'Italia se contribuì a sanare il grave problema
della continuità geografica fra zone diverse per
vari aspetti, non ultimo quello politico e
sociale, lasciò tuttavia aperto quello di una
situazione economica estremamente precaria.
Si
intraprese, quindi, una politica di riforme e
provvedimenti per sanare l'indigenza,
l'ignoranza, la disastrosa situazione edilizia
pubblica e privata, l'assetto delle principali
vie di comunicazione.
Fra
le opposte fazioni politiche fu difficile
l'accordo e la collaborazione: persistevano
ancora in posizioni assurde i "nostalgici"
dei vecchi regimi, mentre da opposto lato
liberali, radicali, repubblicani premevano per
l'adozione di provvedimenti che, mentre
riscattavano la figura dell'Italia agli occhi
delle grandi potenze straniere, favorissero pure
la progressiva "laicizzazione" dello
stato.
Erano
questi gli anni in cui il clero ferrarese, nella
sua grande maggioranza, era restìo ad accettare
come fatto compiuto l'unità d'Italia e le nuove
istituzioni. Non pochi sacerdoti risultavano
ancora riluttanti; altri, invece (ed erano una
sparuta minoranza), vedevano di buon occhio
un'intesa pacifica e di tavolino fra Stato e
Chiesa nello stesso tempo in cui i primi erano
legati alla concezione della legittimità di
pretese temporalistiche papali.
Una
tal sorta di tendenza liberale si manifestò a
Serravalle nell'allora abate-parroco don Angelo
Malandri, spirito liberale ed intraprendente,
aperto alle innovazioni anche sociali che
avessero come logica conseguenza il miglioramento
delle condizioni della propria popolazione, che
lo stimava incondizionatamente come paladino
della comunità paesana ed il più caldo
patrocinatore della istituzione della parrocchia
abbaziale di Serravalle. Fu proprio in occasione
delle elezioni amministrative del 1862, relative
al Comune di Copparo di cui come s'è detto
Serravalle a quella data faceva ancora parte, che
don Malandri trascinò con sé tutti i
parrocchiani a votare nella sezione elettorale di
Cologna, credendo nella "necessità di
propugnare le libere istituzioni". Questo
fatto singolare non mancò di essere segnalato
dalla stampa locale, ma l'azione del Malandri
rimase purtroppo slegata dalle prese di posizione
di altri suoi confratelli operanti in altri
centri del territorio emiliano-romagnolo.
E
fuori dubbio tuttavia che la realtà di una forza
sociale e, se si vuole, politica dei
cattolici, per quanto minima, non poteva essere
misconosciuta, soprattutto in quelle zone che
prima dell'unità erano sotto il dominio
pontificio. Esempi di sacerdoti anche più
impegnati politicamente del Malandri, rimasti
isolati nel sostegno della "necessità di un
atteggiamento più elastico, più realistico e
moderno verso i problemi del nostro Paese"
è possibile trovarne nel ferrarese, nel
bolognese, nella romagna.
Le
reazioni in campo cattolico alla politica
eversiva del patrimonio ecclesiastico, leggi 7
luglio 1866 e 15 agosto 1867, non tardarono a
farsi sentire. Tuttavia, "anche fra i
cattolici intransigenti si venne formando la
nuova coscienza nazionale, e con essa il
desiderio di sanare il dissidio tra chiesa e
stato, non secondo le formule del liberalismo
politico e col sistema delle Guarentigie, ma con
una chiara intesa e reciproche concessioni tra il
papa e il re".
Nella
nostra zona, mentre non si perdevano di vista i
problemi di ampia portata politica imposti dalla
presa di Roma e dal definitivo crollo della
temporalità della chiesa, si combatteva per
assicurare una dignità di vita alle numerose
famiglie di operai e braccianti agricoli, la cui
opera era ancora largamente sfruttata nei
latifondi. Le speranze nate circa un decennio
addietro con l'adesione all'unità nazionale e
presenti nell'opera del Malandri e della
popolazione, non erano state del tutto concretate
in decisi interventi governativi che andassero
nella dirczione di una redenzione economica e
sociale delle classi meno abbienti. Ciò
nonostante iniziò in quegli anni la grande
bonificazione ferrarese (1873), che si concluse
nel 1909 e contribuì alla produttività dei
terreni con il definitivo assestamento del
territorio.
E
proprio in quel periodo s'assiste ad un grande
incremento demografico. Non solo, ma molte
famiglie provenienti dal Veneto, sicure di
trovare una conveniente occupazione nelle terre
appena bonificate si insediarono
stabilmente nel territorio del basso ferrarese,
ed in modo particolare in centri, come il nostro,
situati lungo il Po. La situazione di quei
lavoratori rimase però notevolmente depressa.
L'inchiesta
agraria voluta dalle Camere e dal Governo, e
condotta dal 1877 al 1884 sotto la presidenza del
senatore Stefano Jacini, provò definitivamente
la grande arretratezza dell'agricoltura italiana
e la miseria delle classi rurali:
"...
Le abitazioni dei lavoratori agricoli attorno al
1880 - come riconoscono i commissari
dell'inchiesta agraria, non certo sospetti di
sinistrismo - sono, in generale, brutte e
antigieniche. Ma le peggiori sono ovunque quelle
dei braccianti, che si trovano fuori dai fondi, e
alla conservazione dei quali non sono per nulla
interessati i proprietari fondiari. Sovente si
tratta di tuguri inabitabili, col pavimento in
sola argilla, che non proteggono neppure dalle
intemperie. Nelle zone depresse e vallive, come
nel basso Ferrarese, nel basso Ravennate, nelle
zone più basse come nell'Oltrepò mantovano, le
abitazioni frequentemente non sono che capanne
col muro di terra, ricoperte di canna e di paglia.
L'interno delle abitazioni rivela uno squallore
impressionante. Se le altre categorie di
lavoratori agricoli talvolta godono di una
qualche parvenza di conforto, il bracciante
avventizio, attorno al 1880, ha ancora a
disposizione, per dormire, un semplice cavaletto
con pagliericcio, sul quale non si può neppure
riposare convenientemente".
A
Serravalle, nel 1880-81, su un totale di 1.444
anime (per complessive 298 famiglie)
l'occupazione prevalente dei capifamiglia (n. 181)
era quella dei giornalieri, dei braccianti, dei
boari; ad essa è da aggiungere quella di
altre categorie di lavoratori strettamente
dipendenti dall'agricoltura e dalle attività
agricole in genere: carrettieri, manzolai, ecc..
Di contro balzano subito nettamente all'evidenza
per il numero alquanto inferiore, i 39 nuclei
familiari dei possidenti, gli 11 dei dipendenti
della fornace ed i 29 degli artigiani, i 7 dei
commer
L'unità
d'Italia se contribuì a sanare il grave problema
della continuità geografica fra zone diverse per
vari aspetti, non ultimo quello politico e
sociale, lasciò tuttavia aperto quello di una
situazione economica estremamente precaria.
Si
intraprese, quindi, una politica di riforme e
provvedimenti per sanare l'indigenza,
l'ignoranza, la disastrosa situazione edilizia
pubblica e privata, l'assetto delle principali
vie di comunicazione.
Fra
le opposte fazioni politiche fu difficile
l'accordo e la collaborazione: persistevano
ancora in posizioni assurde i "nostalgici"
dei vecchi regimi, mentre da opposto lato
liberali, radicali, repubblicani premevano per
l'adozione di provvedimenti che, mentre
riscattavano la figura dell'Italia agli occhi
delle grandi potenze straniere, favorissero pure
la progressiva "laicizzazione" dello
stato.
Erano
questi gli anni in cui il clero ferrarese, nella
sua grande maggioranza, era restìo ad accettare
come fatto compiuto l'unità d'Italia e le nuove
istituzioni. Non pochi sacerdoti risultavano
ancora riluttanti; altri, invece (ed erano una
sparuta minoranza), vedevano di buon occhio
un'intesa pacifica e di tavolino fra Stato e
Chiesa nello stesso tempo in cui i primi erano
legati alla concezione della legittimità di
pretese temporalistiche papali.
Una
tal sorta di tendenza liberale si manifestò a
Serravalle nell'allora abate-parroco don Angelo
Malandri, spirito liberale ed intraprendente,
aperto alle innovazioni anche sociali che
avessero come logica conseguenza il miglioramento
delle condizioni della propria popolazione, che
lo stimava incondizionatamente come paladino
della comunità paesana ed il più caldo
patrocinatore della istituzione della parrocchia
abbaziale di Serravalle. Fu proprio in occasione
delle elezioni amministrative del 1862, relative
al Comune di Copparo di cui come s'è detto
Serravalle a quella data faceva ancora parte, che
don Malandri trascinò con sé tutti i
parrocchiani a votare nella sezione elettorale di
Cologna, credendo nella "necessità di
propugnare le libere istituzioni". Questo
fatto singolare non mancò di essere segnalato
dalla stampa locale, ma l'azione del Malandri
rimase purtroppo slegata dalle prese di posizione
di altri suoi confratelli operanti in altri
centri del territorio emiliano-romagnolo.
E
fuori dubbio tuttavia che la realtà di una forza
sociale e, se si vuole, politica
dei cattolici, per quanto minima, non poteva
essere misconosciuta, soprattutto in quelle zone
che prima dell'unità erano sotto il dominio
pontificio. Esempi di sacerdoti anche più
impegnati politicamente del Malandri, rimasti
isolati nel sostegno della "necessità di un
atteggiamento più elastico, più realistico e
moderno verso i problemi del nostro Paese"
è possibile trovarne nel ferrarese, nel
bolognese, nella romagna.
Le
reazioni in campo cattolico alla politica
eversiva del patrimonio ecclesiastico, leggi 7
luglio 1866 e 15 agosto 1867, non tardarono a
farsi sentire. Tuttavia, "anche fra i
cattolici intransigenti si venne formando la
nuova coscienza nazionale, e con essa il
desiderio di sanare il dissidio tra chiesa e
stato, non secondo le formule del liberalismo
politico e col sistema delle Guarentigie, ma con
una chiara intesa e reciproche concessioni tra il
papa e il re".
Nella
nostra zona, mentre non si perdevano di vista i
problemi di ampia portata politica imposti dalla
presa di Roma e dal definitivo crollo della
temporalità della chiesa, si combatteva per
assicurare una dignità di vita alle numerose
famiglie di operai e braccianti agricoli, la cui
opera era ancora largamente sfruttata nei
latifondi. Le speranze nate circa un decennio
addietro con l'adesione all'unità nazionale e
presenti nell'opera del Malandri e della
popolazione, non erano state del tutto concretate
in decisi interventi governativi che andassero
nella dirczione di una redenzione economica e
sociale delle classi meno abbienti. Ciò
nonostante iniziò in quegli anni la grande
bonificazione ferrarese (1873), che si concluse
nel 1909 e contribuì alla produttività dei
terreni con il definitivo assestamento del
territorio.
E
proprio in quel periodo s'assiste ad un grande
incremento demografico. Non solo, ma molte
famiglie provenienti dal Veneto, sicure di
trovare una conveniente occupazione nelle terre
appena bonificate si insediarono stabilmente nel
territorio del basso ferrarese, ed in modo
particolare in centri, come il nostro, situati
lungo il Po. La situazione di quei lavoratori
rimase però notevolmente depressa.
L'inchiesta
agraria voluta dalle Camere e dal Governo, e
condotta dal 1877 al 1884 sotto la presidenza del
senatore Stefano Jacini, provò definitivamente
la grande arretratezza dell'agricoltura italiana
e la miseria delle classi rurali:
"...
Le abitazioni dei lavoratori agricoli attorno al
1880 - come riconoscono i commissari
dell'inchiesta agraria, non certo sospetti di
sinistrismo - sono, in generale, brutte e
antigieniche. Ma le peggiori sono ovunque quelle
dei braccianti, che si trovano fuori dai fondi, e
alla conservazione dei quali non sono per nulla
interessati i proprietari fondiari. Sovente si
tratta di tuguri inabitabili, col pavimento in
sola argilla, che non proteggono neppure dalle
intemperie. Nelle zone depresse e vallive, come
nel basso Ferrarese, nel basso Ravennate, nelle
zone più basse come nell'Oltrepò mantovano, le
abitazioni frequentemente non sono che capanne
col muro di terra, ricoperte di canna e di paglia.
L'interno delle abitazioni rivela uno squallore
impressionante. Se le altre categorie di
lavoratori agricoli talvolta godono di una
qualche parvenza di conforto, il bracciante
avventizio, attorno al 1880, ha ancora a
disposizione, per dormire, un semplice cavaletto
con pagliericcio, sul quale non si può neppure
riposare convenientemente".
A
Serravalle, nel 1880-81, su un totale di 1.444
anime (per complessive 298 famiglie)
l'occupazione prevalente dei capifamiglia (n. 181)
era quella dei giornalieri, dei braccianti, dei
boari; ad essa è da aggiungere
quella di altre categorie di lavoratori
strettamente dipendenti dall'agricoltura e dalle
attività agricole in genere: carrettieri,
manzolai, ecc.. Di contro balzano subito
nettamente all'evidenza per il numero alquanto
inferiore, i 39 nuclei familiari dei possidenti,
gli 11 dei dipendenti della fornace ed i 29 degli
artigiani, i 7 dei commercianti ed i 2 degli
insegnanti elementari, i 2 dei liberi
professionisti (dottore e farmacista), quello del
sacerdote ed i 26 degli impegnati in attività
miste, stagionali, e non propriamente ascrivibili
a quelle appena citate. Una popolazione dunque,
quella di Serravalle, pienamente integrata e
dipendente dal tessuto agricolo, certamente
ancora condotto con mezzi e metodi antiquati, per
quanto i progressi della chimica agricola e della
meccanizzazione, e della bonifica dei territori,
avessero contribuito alla redenzione seppur
minima delle terre e degli operai, e
all'incremento delle produzioni unitarie delle
singole colture. Tuttavia, la situazione
economica di quegli anni ebbe a peggiorare. La
povertà presente negli strati bracciantili ed
operai della popolazione delle zone agricole era
accresciuta oltre che dalle imposte anche dai
progressivi scarsi raccolti granari degli anni '90,
culminati nel 1897 in un vero e proprio crollo,
che non mancò, di conseguenza, di provocare
allarme nella popolazione e, non ultimo, i grandi
moti popolari del maggio 1898 in Milano.
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