
Il fiume Po nelle vicende
umane e nell'assetto idraulico-territoriale
A
differenza di altri corsi d'acqua italiani, il
grande fiume in queste zone ha rappresentato per
secoli, se non per millenni, la fonte della vita
e, nello stesso tempo, lo spettro della paura ad
ogni sua piena, e quello della distruzione e
della morte in occasione di varie alluvioni.
Attorno al Po, dal Po, nel Po si è svolta e si
svolge una vita che ieri, ancora più d'oggi,
aveva il sapore del profondo legame esistente tra
la gente e il corso d'acqua. Per chi scende nella
Bassa, il territorio, ovunque, parla il
linguaggio del Po, dappertutto si percepisce la
sua presenza, e lo sguardo, mentre vaga per i
vasti e sconfinati orizzonti dove la terra si
confonde col cielo, viene attirato dai numerosi
canali e, certamente non ultime, dalle acque del
fiume.
L'acqua,
quindi, è l'elemento più rappresentativo delle
condizioni della vita passata e di quella
attuale, un momento di confronto da cui non ci si
può in alcun modo sottrarre. Ma anche le opere
dell'uomo: le case, le vigne, le strade da sempre
si sono conformate al grande fiume. Le case, con
i mattoni delle fornaci di golena, hanno finito
per respirare la vita intima, familiare,
giornaliera degli operai e degli agricoltori. Le
vigne, i cui filari si sposano con le robinie e i
salici, vedono ancor oggi compiersi con i rituali
e l'esperienza d'altri tempi, il sacrificio
dell'uva nostrana. Le strade che "conducono
tutte al Po", parafrasando un vecchio
proverbio.
Così
anche la natura si è in un certo senso adeguata
alla "legge", ai "voleri" del
fiume: l'inverno con le sue gelate, quando i rami
in parvenza rinsecchiti si ricoprono di bianco ed
il grigiore del cielo si confonde in quello della
campagna; la primavera, quando il disgelo
risveglia il sonnecchiante corso, lo gonfia e lo
rende schiumoso, facendo accorrere la gente sugli
argini perchè s'accorga che la timida viola ed
il tarassaco sono già spuntati sulle bancate
assieme ai radicchi selvatici; l'estate, perchè
con i suoi colori vivaci e con le assolate e
quasi riarse distese di grano faccia riflettere
il contadino sulla indispensabilità delle acque.
Ecco
perchè inizio questo mio lavoro dal Po. Perché
tutti noi, Serravallesi in particolare, e
Ferraresi in generale, siamo figli del Po, e
perchè, infine, prima ancora di temerlo lo si
possa conoscere, amare, rispettare, più di
quanto si sia fatto sino ad ora.
La
storia della nostra zona non può dunque
disgiungersi da quella del maggior fiume
italiano, il quale - almeno nel suo ultimo tratto
- prima della biforcazione di Serravalle, ha
avuto una parte di primo piano nel determinare
l'assetto idraulico-territoriale del Basso
Ferrarese.
Il
Po rappresenta non solamente l'elemento fisico di
separazione fra l'Emilia ed il Veneto, ma anche e
soprattutto un interesse per i cambiamenti del
suo delta, succedutisi secondo gli studiosi in
numero di sette nel corso degli ultimi tremila
anni. È tesi di Olinto Marinelli che la foce più
meridionale del Po si trovasse al tempo dei
Romani all'incirca poco a sud dell'attuale
abitato di Porto Garibaldi. Successivamente la
cosiddetta "traslazione" a nord ha
provocato l'attuale tipica formazione ramificata
a delta. In epoca romana la laguna padana (chiamata
"Padusa") si estendeva
a ovest dalle ultime propagini del territorio
bolognese, a est fino al mare, a nord da Adria
fino a poco prima di Ravenna. Furono notevoli gli
sforzi per prosciugare e ridurre questa parte di
territorio al fine di poterne trarre benefici
agricoli.
Già
autori antichi rilevarono la mobilità del corso
del Po non solo nella parte più occidentale ed
elevata ma anche nel basso territorio ferrarese e
nell'area deltizia in genere. Per quanto riguarda
l'antico Po si sa che fra i rami deltizi di
sinistra "il più remoto doveva staccarsi
dalla platea di Ferrara e corrispondere al
Curulo, che corre per Corlo, Copparo, Cesta e
Coccanile. Qui diramavano probabilmente due rami:
uno più settentrionale per Carmignano a Berra
doveva dirigersi nell'Adriese in direzione della
Foce delle Fornaci; l'altro più meridionale
doveva attraversare la zona di Fiumana e dei
Dossetti ed è indicato dalla arginatura della
grande bonifica ferrarese per Fienile Nuovo, Le
Contane, Vittoria, Rambalda, Garbina e il Canale
Saminiato, che ricalca il Po morto dai
Monticelli, sul litorale cosiddetto etrusco, fino
a Mescla, che segna la cuspide della foce in
epoca romana".
Prima
gli Etruschi e quindi i Romani si interessarono a
lungo delle situazioni del nostro territorio
anche perchè, date le condizioni ambientali,
l'insediamento umano avrebbe potuto trarre
notevoli benefici economici solo dopo una
razionale opera di bonifica, opera che venne
ripetutamente intrapresa, e, nel caso dei Romani,
iniziata ad una certa distanza dalla conquista
del territorio. La costruzione di grandi strade
accompagnò per molti anni il fenomeno della
colonizzazione romana, e ciò secondo una ben
nota consuetudine presente nel sistema strategico
di questo popolo.
Con
la costruzione di nuovi tracciati stradali e con
la progressiva colonizzazione del territorio, si
svilupparono molte colture e, certamente,
mutarono le condizioni di vita.
La
decadenza dell'Impero Romano (476 d.C.) e le
invasioni barbariche susseguenti riportarono in
stato di semi abbandono queste zone, con un
indubbio progressivo regredimento delle colture e
la intensificazione della crescita e sviluppo di
vegetazioni prevalentemente arboree fin oltre il
secolo XI.
I
monaci di Pomposa (e in parte gli Estensi dal sec.
XV al sec. XVI) prodigarono non pochi sforzi per
portare a produttività i terreni paludosi,
approntando opere di arginamento, combattendo
tenacemente le rotte ed i conseguenti
impaludamenti, sistemando la rete di scolo.
Notevoli e degni di nota sono gli sforzi fatti
dagli Estensi per tutto il sec. XV al fine di
ridurre le plaghe paludose avvalendosi
soprattutto dei quattro canali di scolo
denominati Bentivoglio, Ippolito, Galvano,
Seminiate. Ci si servì anche del Po di Goro al
fine di far convogliare le acque dei collettori
in un unico vettore di grande portata.
Un'ultima
parola è da spendere per il Canal Bianco. Le sue
origini sono assai antiche. Già il Benetti - così
come altri autori - lo chiama, in una sua carta
relativa alla laguna "Padusa", Canale
Bianco o Scolo Antico del Polesine di Ferrara.
Questo corso d'acqua nasce nella zona di bonifica
"Terre Vecchie" a Settepolesini (Comune
di Bondeno) ed è preposto allo scolo delle
"terre alte", attraversando il
territorio del nostro Comune. A Serravalle, da
centinaia d'anni, esso delimita la zona abitata e
"vecchiaie" del centro da quella
periferica "novale" della "valle".
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