
LA
BONIFICA DEL TERRITORIO
Abbiamo già visto
come il Po, fino al momento in cui deviò il suo
corso a causa della grande rotta di Ficarolo, non
passasse per questi luoghi. Il suo vagare in
cerca di un letto stabile sino al mare ed i
continui fenomeni di impaludamento dovuti
all'abbassamento della crosta terrestre e alle
numerosissime intumescenze, contrastarono nei
secoli l'opera di redenzione del territorio. Le
tracce di vita romana rinvenute nei numerosi
scavi eseguiti soprattutto nel corso
dell'allargamento della Fossetta di Fiumana e lo
scoprimento di strati torbosi ad una grande
profondità (circa 50 metri), fanno presumere
che, in tempi assai lontani, il territorio ora
denominato Grande Bonificazione Ferrarese fosse
emergente dalle acque, ricoperto da una folta
vegetazione e popolato da animali e dall'uomo.
Nel 1464, durante
la dominazione estense, il marchese di Ferrara e
duca di Modena, Borso, si recò ad Ariano per
esaminare "in loco" come "provvedere
et riparare alli danni che riceve il Polesine di
Ferrara per cagione delle acque". Dopo otto
anni, il Comune di Ferrara incaricò una
commissione di giudici d'argini (ingegneri) di
studiare l'opportunità di liberare questi luoghi
dalle acque; e, nel 1499, a Codigoro si affidava
l'opera di una parziale bonificazione delle valli
Malea e Valcisana ad un certo Taruffi, prowisore
della Curia ducale.
Si sa che questi
primi tentativi di prosciugamento a ben poco
portarono. Solo nel 1559 il duca Èrcole II d'Éste
si dichiarò disposto ad iniziare l'opera di
bonifica assicurando al Giudice dei Savi d'aver
reperito i mezzi per intraprenderla; cosa questa
che si verificò cinque anni più tardi sotto
Alfonso II.
Quella che viene
denominata "Bonificazione Estense" già
nel 1580 era un fatto compiuto. Dopo l'incarico
ad un certo Isidoro del Portello, nobile
padovano, che rinunciò successivamente
all'impresa decadendo dalla concessione, vi si
impegnarono il conte Nicolo Estense-Tassoni ed un
gruppo di banchieri lucchesi, nobili veneziani (i
Contarini) e lo stesso duca Alfonso II. La spesa
sostenuta fu enorme per quei tempi: oltre 100.000
scudi. Il conte Battista Giglioli, capitano delle
terre d'Ariano e cassiere dei bonificatori,
riferiva nel 1570 che fino a quella data erano
stati spesi in soli movimenti di terra ben 6500
scudi.
Ma nonostante gli
sforzi profusi ed i risultati ottenuti la
bonifica estense era destinata a crollare. Dopo
il taglio di Porto Viro, voluto dai Veneziani per
salvare dall'interrimento provocato dal Po la
laguna veneta, dopo il notevole abbassamento del
suolo avvenuto in quegli anni e l'immissione nel
Po di Volano del Reno, fecero sì che ben presto
le acque riprendessero il dominio del polesine di
Ferrara.
Non va dimenticata
poi l'opera devastatrice delle frequenti rotte
del Po che intensificarono i danni del
progressivo impaludamento e favorirono la
formazione di grandi valli in terreni che prima
erano stati resi fertili. Basti pensare che nel
1784 mentre si procedeva alla elaborazione di un
nuovo estimo dei terreni della bonificazione solo
13.087 ettari venivano classificati come
coltivabili a cereali ed in parte a canapa,
mentre il restante territorio era citato come
prato, pascolo o valle da canna, ed in
particolare quest'ultima era estesa per oltre 26.000
ettari.
Nel 1820, tre anni
dopo il Motu Proprio di Pio VII che modificò le
circoscrizioni idrauliche di tutto lo Stato
Pontificio, l'antica bonificazione estense venne
chiamata a far parte, coi terreni alti di Ferrara
e Bondeno, della Congregazione Consorziale del 1°
Gran Circondario Scoli con gestione finanziaria
separata dall'amministrazione dei primi.
Dopo i coraggiosi
ma sfortunati tentativi di bonificazione
meccanica parziale del 1856, patrocinati dal
conte Francesco Aventi, e dopo lo scioglimento
della Società Aventi (avvenuto con Regio Decreto
2 agosto 1868), in Londra si formò una società
che sotto il titolo di "Ferrarese Land
Reclamation Company Limited" si riprometteva
di eseguire la bonifica. A questo organismo si
aggregarono nel 1872 la Società Italiana dei
Lavori Pubblici di Torino, la Banca di Torino e
la Banca U. Geisser & Comp., fondando così
una nuova società che prese il nome di "Società
Italiana per la bonificazione dei terreni
ferraresi" S.B.T.F.), approvata con Regio
Decreto 22 dicembre 1872. Acquistati ben 22.000
ettari, già nel 1874 le macchine idrovore
cominciarono a funzionare; ma i lavori erano
iniziati verso il 1873, cioè l'anno successivo
alla rotta di Guarda a causa della quale molta
parte del territorio ferrarese e quindi della
bonificazione, era andato sommerso. Si concentrò
in Codigoro, in un unico stabilimento presso il
Volano, tutta la torza meccanica (otto poderose
pompe, quattro grandi motrici e dieci caldaie)
mentre dal 1875 al 1880 si compirono i lavori di
canalizzazione grazie ai quali furono scavati ed
approfonditi 170 chilometri di cauli fra nuovi e
vecchi.
Finalmente il 17
ottobre 1880 l'opera, collaudata, venne
dichiarata compiuta.
Sorgevano,
contemporaneamente, i numerosi problemi della
manutenzione e del mantenimento degli impianti, e
non ultimi quelli relativi all'aggravamento della
condizione generale dei terreni di bonifici
dovuto al progressivo abbassamento del suolo.
Tuttavia, il territorio della Grande
Bonificazione Ferrarese, mutato l'aspetto, poneva
all'attenzione tutta un'altra serie, non meno
importante, di problemi derivanti dalla
colonizzazione, dai notevoli lavori di
trasformazione fondiaria e dal bisogno di
promuovere un pur necessario processo di
industrializzazione che "per il ferrarese,
era rimasto limitato a pochi prodotti".
La grande proprietà
terriera, in genere di origine feudale, sullo
scordo del XIX sec. era in via di estinzione.
Perdurava, nel territorio della bonifica e in
quelli adiacenti, quella nobiliare d'origine, per
così dire, pontificia, la quale però si
confondeva ormai sempre più con quella borghese
saltata alla ribalta dopo il periodo della
dominazione francese. Subito dopo l'unità
italiana, aveva avuto un notevole sviluppo la
grande proprietà capitalistica, identificantesi
in grandi società azionarie e in banche,
Nettamente
individuabile era stato (...) il processo della
proletarizzazione, che era stato sempre più
vasto e percettibile, esaltato dagli interventi
capitalistici. Le conseguenze perturbatrici di
questo fenomeni si dovevano poi rendere ancor più
palesi con le agitazioni operaie che esploderanno
verso la fine del secolo.
Il proletariato
agricolo avventizio e salariato, verso la fine
del sec. XIX cominciò ad organizzarsi e ad
agitarsi con violente manifestazioni per
rivendicare un migliore trattamento economico e
per la modifica dei patti di lavoro. La sua
pressione si fece particolarmente sentire nelle
terre di recente conquistate all'agricoltura".
La crisi agraria
che si protrasse dal 1882 al 1884 non mancò di
colpire negativamente le iniziative della
bonifica e dissestò in maniera considerevole gli
imprenditori più audaci. Si restrinse l'area
delle colture più impegnative e di conseguenza
si allargò quella delle colture pratensi. Ciò
non mancò di causare un grande fenomeno di
disoccupazione.
"Intanto
andava al potere la Sinistra, più suscettibile
di iniziative che potremmo chiamare di intervento
economico: urgendo la crisi agraria, venne
promulgata nel 1882 la legge Baccarini sulla
bonifica, che prese a carico dello Stato il 75
per cento dell'onere delle opere bonificatorie,
dando un forte impulso alle opere stesse anche
per lenire la disoccupazione. Ciò non mancò di
creare nuovi problemi sociali e proprio nel
Ferrarese si ebbe una stagione di grandi scioperi
agrari sulla fine del secolo".
|