Ricorre oggi il centenario
della nascita di Mons. Giuseppe Fabbri, un uomo e un sacerdote di
altissimo profilo, che rappresentò nel mio paese e nel mondo religioso
ravennate un solido esempio di dedizione agli uomini e a Dio. Voglio
ricordarlo perché in una società profondamente intrisa di laicismo,
scossa dai sussulti di un imperante e radicale individualismo, percorsa
dalle sollecitazioni di movimenti agnostici, atei e anticlericali, la
figura di Mons. Fabbri si erge in tutta la sua grandezza e nella
ricchezza di un messaggio di bontà, di solidale umanità e di fede
incrollabile nell’amore salvifico di Dio.
La biografia
Entrato ragazzino nel seminario
degli Angeli Custodi di Ravenna, venne ordinato sacerdote
dall’arcivescovo Mons. Lega il 16 marzo 1935, praticamente, ormai, alla
vigilia del secondo conflitto mondiale. Già nel luglio 1935 il giovane
don Giuseppe fu inviato cappellano presso la parrocchia di Lavezzola,
ove esercitò il suo ministero fino al luglio del 1937 facendosi
apprezzare per il modo garbato e signorile dell’approccio e per
l’esemplarità del vivere la dimensione sacerdotale. Fu così
immediatamente inviato a San Zaccaria col titolo di arciprete,
parrocchia ove rimase sino all’aprile del 1950 lasciando un indelebile e
positivo ricordo anche negli strati della popolazione più lontani dalla
chiesa. In quell’epoca Serravalle e altre quattro parrocchie
rappresentavano una specie di "enclave" (chiamata "Pentapoli") della
diocesi di Ravenna in territorio ferrarese. Parrocchie da poco uscite
dalle vicende del secondo conflitto mondiale, con situazioni sacerdotali
non sempre limpide e con un grande bisogno di avere un sicuro sostegno
pastorale nell’opera di ricostruzione non solo materiale ma anche umana,
sociale e spirituale. L’allora arcivescovo Giacomo Lercaro inviò a
Serravalle dapprima in qualità di Economo spirituale (26 aprile 1950)
quindi con la nomina a Parroco-Abate (22 ottobre 1950) don Giuseppe
Fabbri. Egli prese subito visione dello stato degli immobili e della
situazione delle anime. La popolazione dei credenti lo prese a benvolere
poiché ne apprezzava il carattere mite, l’umiltà della vita, la grande
dedizione offerta ai giovani e all’Azione Cattolica. In una zona
caratterizzata dalla preponderante presenza dei partiti marxisti,
socialista e comunista, don Fabbri mostrò in modo davvero ammirabile una
straordinaria capacità di mediazione, cosa – questa – che gli consentì
di realizzare in otto anni di permanenza a Serravalle il restauro della
chiesa, quello della canonica e della sacrestia. Organizzò le Sante
Missioni ed un gran numero di attività per i ragazzi ed i giovani che
quotidianamente affollavano l’oratorio e il campo sportivo adiacenti
alla chiesa. Per dare ai più lontani la possibilità di soddisfare il
precetto festivo, si prodigò per la celebrazione di sante Messe nelle
borgate di Contane, di Canova, di Ponte Giglioli. A molte famiglie seppe
offrire non solo l’assistenza religiosa di cui necessitavano ma anche il
proprio disinteressato aiuto materiale: erano, infatti, diffusissimi i
casi di vera e propria indigenza e di emarginazione sociale e culturale.
Ripristinò alcune strutture dell’Asilo Infantile Parrocchiale e favorì
la nascita del Coro diretto dal Maestro Giuseppe Zanella. Organizzò, dal
1953 al 1955, la visita della Madonna Pellegrina nelle famiglie della
parrocchia e favorì la munificenza del Sig. Otello Brognati nella
costruzione del capitello mariano presso il ponte Pietropolli. Durante
il suo ministero intavolò con l’arcivescovo e con la curia ravennate
pratiche dirette a rendere Contane parrocchia autonoma. Forte dell’
esperienza già fatta a San Zaccaria, don Fabbri ripeté anche a
Serravalle l’iniziativa della colonia montana, che diede positivi e
lusinghieri risultati e che venne ripresa dal suo successore don
Migliorati. Nel 1957, grazie anche alla collaborazione di tanti
parrocchiani, ma sotto la sua intraprendente guida, vennero inaugurate
la Casa di Riposo "Dr. Capatti" e la sede delle A.C.L.I.. Nonostante la
grave menomazione visiva, che talora ne limitava i movimenti, don
Giuseppe Fabbri seppe adeguarsi alle esigenza di una comunità
parrocchiale quale la nostra, allora estesissima e pressoché priva di
agevoli strade: non le fermavano le intemperie né le divisioni politiche
che all’indomani della seconda guerra mondiale andavano caratterizzando
la nostra zona, sempre desideroso di aiutare, di conoscere, di servire
nella più grande ed indefettibile fedeltà ai doveri della propria
missione. Dopo la promozione a Canonico del Duomo di Ravenna (6 febbraio
1958), ricevette il 6 marzo 1958 la nomina a nuovo Direttore Spirituale
del Seminario Arcivescovile di Ravenna. Lasciò la parrocchia il 19 marzo
di quello stesso anno con la consolazione di aver assistito
all’ordinazione sacerdotale di tre seminaristi di Serravalle: don
Giovanni (Gino) Pozzato, nel 1953, don Enrico Rizzo, nel 1955, don
Fernando Belletti, nel 1957. Nell’ottobre 1961 fu inviato parroco a
Fornace Zarattini, popolosa periferia di Ravenna. In ricognizione e
riconoscimento dei suoi meriti umani e sacerdotali l’8 gennaio 1964 ebbe
l’onorificenza pontificia di Cameriere Segreto di Sua Santità. Svolse
pure l’attività di cappellano della Casa di Cura "Domus Nova" dove il
giorno 1 marzo 1979 spirò colpito da male incurabile e dopo un lungo
periodo di sofferenze sopportate nella fede e con la rassegnazione dei
giusti. Il Comune di Ravenna, città laicissima, gli ha dedicato una via
includendolo fra i ventinove religiosi ritenuti degni d’essere ricordati
nella toponomastica per i meriti nei confronti della società.
Una riflessione
Mi è caro ricordare Don
Giuseppe, rivederlo con gli occhi di quando ero bambino, rileggerlo
nelle lettere e nella cronaca da lui stesa negli otto anni di vita
serravallese, rivederlo nel letto della sofferenza, divenuto il suo
calvario e la cattedra dalla quale filtrava uno straordinario esempio di
rassegnazione, di cristiana semplicità, di grande Fede. Dopo molti anni
ripensare a Don Giuseppe credo abbia allora questo significato: la
riconsiderazione, d'altronde sempre attuale, della figura del prete, del
vero prete, non di quelli che da anni hanno venduto a caro prezzo la
loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa per seguire il miraggio di una
contestazione vuota ed insipida. Il prete è prima di tutto e soprattutto
questo: un ministro di Dio che chiama e attira la misericordia di Dio e
la spande sugli uomini come il sole che nasce al mattino e tramonta alla
sera a beneficio di "tutti" gli uomini. Questo per Don Giuseppe. A
Serravalle il suo esempio di vita cristiana e sacerdotale intensamente
vissuta non può essere misconosciuto. Negli anni '50, le nostre zone,
accanto alla quasi atavica indifferenza religiosa assommavano pure le
conseguenze dell’infuocata diatriba politica e sindacale, facilmente
prolificata in un tessuto sociale povero sia dal punto di vista
culturale che materiale. E anche su don Giuseppe si volle a tutti i
costi stampare l’etichetta della reazione clericale, del bigottismo, del
servilismo politico e culturale: critiche tutte in fondate perché
provenienti da pulpiti ben diversi da quello dal quale egli dimostrava
la pienezza della fedeltà alla dottrina del Vangelo unita ad una solida
cultura e ad una altrettanto solida formazione teologica. E si sa che
quando non ci sono argomenti coi quali contrastare e confutare una
integerrima posizione, l'unica soluzione sembra quella di scendere nel
ridicolo, nel tragicomico, nella condannabile usanza di appioppare
nomignoli di dubbio guasto. Quando lo si voleva deridere, Don Giuseppe
era paragonato ad un girasole. Ma non ci si accorgeva che alla fin fine
non si trattava di una presa in giro ma di una lode, della constatazione
che l’uomo di Dio guarda sempre, e si nutre, della luce del Sole di
giustizia, che il seguace di Cristo fissa costantemente la luminosa via
della Croce, proprio come il girasole con la sua corolla e con l’intero
corpo segue la benefica luce del sole. Don Giuseppe ci ha mostrato che
solo chi vive in pienezza la propria vocazione sia sacerdotale che
laica, trae forza per guardare avanti senza temere i tentativi di
contagio da parte di errori e di storpiature ideologiche e
socio-culturali. Don Giuseppe Fabbri: una grande figura di uomo e di
sacerdote che a Serravalle ci ha insegnato che il prete, il prete di
Cristo, non può non essere che figlio della civiltà dell’Amore, non può
non predicare che la via dell'Amore, su cui si trova sempre – volenti o
nolenti - il Cristo crocifisso. E Don Giuseppe l'ha trovato, l'ha
accolto, l'ha vissuto per sé e per tutti noi.
Giovanni Raminelli
(Serravalle, 13 settembre 2011)