
7 novembre 1876: quando il famoso
capitano Boyton "non" arrivò a Pontelagoscuro
Nel
pomeriggio del 7 novembre 1876, a Pontelagoscuro, il
Presidente del Circolo Ferrarese della Società di
Salvataggio, Cav. Cesare Zafferini, e con lui molti
amici, conoscenti e giornalisti, erano in attesa del
famoso capitano Boyton.
In barca
sul Po per l'intera giornata, nella speranza di avvistare
l'ardito compagno, era rimasto il segretario del
capitano, il sig. John Crain un giovane di origine
scozzese, alto, grasso, erculeo, dal viso pallido
circondato da una barba bionda, corta e rada.
Il
segretario, che parlava e capiva l'italiano, forniva ai
giornalisti presenti tutte le informazioni sul tentativo
di Boyton.
Il
capitano Boyton aveva 28 anni, era di media statura,
tarchiato, robustissimo, capelli ed occhi neri che "sprizzavano
sguardi sovranamente espressivi", e apparteneva al
servizio di salvataggio degli Stati Uniti, e utilizzava
anche sul Po un apparecchio di salvamento che aveva
perfezionato, ma che era stato inventato da un americano,
Merryman. L'apparecchio era di tela impermeabile e
ricopriva tutto il corpo, eccettuate le mani e il viso;
in corrispondenza della regione toracica e addominale era
invece distaccato dal corpo, in modo da lasciare una
quantità di aria sufficiente a mantenere l'uomo a galla
e insommergibile per quanto il mare fosse tempestoso.
L'aria, che circolava internamente, poteva essere
rinnovata tenendo sollevato l'elastico che cingeva il
viso e alzando e abbassando la parte anteriore del
vestito. Si otteneva cosi una corrente che rinnovava
l'aria interna e ne impediva la traspirazione. Attraverso
cinghie interne, il corpo manteneva sempre la stessa
posizione; il centro di gravita costante eliminava il
pericolo di essere capovolto. Un sacco in tela
impermeabile a forma di prisma, legato alle spalle in
modo da potersi agevolmente staccare, poteva contenere
provviste per tre giorni e serviva anche come appoggio
alle spalle e alla testa. Una cinghia partiva dalla
cintura e giungeva sino ai piedi, fissandosi ad un
trapezio di legno; era il punto d'appoggio per la voga.
Un remo all'indiana e una piccola vela completavano
l'apparecchio. Il vestito si vendeva a Londra, ad un
prezzo variabile dalle 300 alle 400 lire. Il primo
esperimento dell'apparecchio era avvenuto in Inghilterra
il 10 aprile 1874; alle tre del mattino, il capitano
Boyton era a bordo del Rambler, piccolo steamer, sul
quale erano il fratello, un medico e moltissimi invitati.
La
traversata intera del Passo di Calais non fu portata a
termine per le forti correnti e il mare agitato. Rimase
in mare per 6 ore, e giunto a Boulogne accolto "da
una folla plaudente", telegrafò subito alla Regina
d'Inghilterra che desiderava essere informata dell'esito
del tentativo. In Italia, il palermitano Benvenuto
D'Alessandro aveva costruito un apparecchio di
salvataggio simile a quello di Boyton: una dimostrazione
dei due apparecchi, (quello dell'italiano rimaneva
sollevato a livello toracico e addominale con un sistema
di semicerchi) era avvenuta il 6 agosto 1876 a Genova, in
occasione delle regate. Il 1 Novembre 1876, il capitano
Boyton si tuffava a Torino nelle acque del Po, munito di
viveri per alcuni giorni; senza arrestarsi ne uscire dal
fiume, tentava di percorrere 740 km. per giungere a
Pontelagoscuro, dove contava di fermarsi per alcuni
giorni per dimostrare l'utilità dell'apparecchio e poi
ripartire per Venezia. Boyton non ignorava i pericoli
nascosti del Po: infatti, in una cartolina indirizzata al
Corriere della Sera scriveva: "Questo fiume è
terribile. In questo tempo ho corso il rischio due volte
di perdere la vita. Il mio viaggio è lungo, di notte non
posso far altro che galleggiare; il fiume è coperto di
nebbia. Arriverò a Ferrara circa venerdì".
Nonostante il cronista della Gazzetta Ferrarese scrivesse
che l'impresa avrebbe destato l'ammirazione universale e
che la curiosità vivissima avrebbe invogliato molti
ferraresi ad assistere all'arrivo, il giorno successivo
si leggeva "forse è stato meglio che ieri Boyton
non sia arrivato a Pontelagoscuro perché si contavano le
persone recatesi. Quando abbiamo lasciato Pontelagoscuro
il cielo era cosparso di nuvole; spirava un venticello
pungente. La serata è fredda e umida; scende una fitta
acquerugiola e mentre noi e voi stiamo per godere di quei
tepori del letto, così bene decantati dal Berni, il
celebre capitano, in mezzo al Po, solo fra le nebbia, o
sotto la pioggia, rasenta i mulini fra i quali ogni
minuto può lasciare la vita". I rapporti con la
stampa erano tenuti dal segretario John, che riferiva le
notizie rinvenute a mezzo posta: "il capitano alle
ore 10 e 1/2 è passato questa mattina da Piacenza";
nell'intervista concessa, a chi chiedeva se fosse vero
che questo era l'ultimo viaggio del capitano, questi
scuotendo il capo disse: "temo che egli voglia fare
un ultimo esperimento traversando l'Oceano".
A questa
precisazione il cronista della Gazzetta Ferrarese rispose
"O dite mo se a raccontarle queste cose non c'è da
supporre che siano fole da bambini".
Dopo
aver superato Piacenza, Boyton venne colto da febbre alta
e il tentativo sul Po non sarebbe più stato ripetuto.
L'infortunio della febbre non impedì di considerare
l'esperimento ugualmente riuscito, tanto più che nel
trascrivere le cronache ferraresi di quegli anni un
cronista scrisse che non solo Boyton pose piede a
Pontelagoscuro me che "trasferendosi da noi (Ferrara)
porgerà un saggio della sua invenzione eseguendo giochi
entro le acque del castello".
Evidentemente
aveva letto soltanto la locandina pubblicitaria. Che la
cosa fosse seguita con interesse è comprensibile, se
pensiamo come fosse particolarmente sentito dall'opinione
pubblica il tema generale del soccorso ai naufraghi. Sono
gli anni che vedono il costituirsi di "società"
apposite, ed attrezzarsi i porti in tal senso.
Forse
non fu estraneo il fatto che proprio da noi si andava
inaugurando la prima "Stazione di Salvataggio delle
Coste Italiane" nel porto di Magnavacca (Portogaribaldi).
Era il 24 novembre 1876. Quattro mesi più tardi, nel
marzo del 1877, per reclamizzare il suo apparecchio, il
capitano attraversava lo Stretto di Messina. Un cronista
del tempo scriveva "mentre remava con il suo
leggerissimo apparecchio (il vestito con tutti gli
accessori si piegava facilmente e occupava un volume
piccolissimo) si sentiva fortemente urtato alle spalle da
un pescecane, lo respingeva e a mezzogiorno atteso da una
gran folla giungeva a Messina.
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