La risposta di Gaia Conventi,
Rione Mota del Palio di Copparo, sul suo blog
www.gumwriters.it/
E su La Nuova Ferrara c’è Diego Marani
che spara a zero, a costo zero, sbagliando anche mira…
maggio
28th, 2011
Un trillare di telefono
e un bippare di sms: c’è da replicare
a Diego Marani, e molta gente
pensa subito a me. Sarà perché gestisco un sito di satira, perché ho la
penna che uccide, perché mi occupo di Palio o perché – semplicemente –
trovo sempre gradevole sbugiardare un noto intellettuale.
Grazie all’amico –
collega, fratello, compagno di mille avventure – Sandro, del Rione
Mota di Copparo, scovo su
facebook il testo di questo mirabile articolo.
Prima di mostrarvelo –
condito dalle mie personali considerazioni -, vorrei porre alla vostra
attenzione una breve biografia di Diego Marani,
nato a Tresigallo nel 1959 – grazie al cielo
tuttora vivente, l’articolo in questione non esce postumo -, stimato
scrittore e glottoteta italiano.
Azzo fa un glottoteta?
Ve lo starete chiedendo e lo credo bene… stiamo
mica parlando di uno che fa lo sciampista, eh?
L’impegno di Diego
Marani è quindi rivolto al migliorare la
comunicazione tra i popoli grazie alla progettazione e allo sviluppo di
una lingua artificiale che possa essere letta, scritta, parlata e gestita
dai ferraresi e dal resto del mondo. Sì, insomma, da tutti, per questo non
mi spiego certe sortite giornalistiche… proprio fatte da lui, da uno
stimato studioso! Ma andiamo per gradi.
Marani
lavora a Bruxelles presso la Commissione Europea, dove si occupa di
cultura e promozione del multilinguismo, e
ovviamente non dello sviluppo del Palio di Serravalle e Copparo, né del
facilitare la comunicazione tra i lettori de “La Nuova Ferrara”
e quei pirla che si sbattono durante l’anno per progettare certe ridicole
manifestazioni.
Diego
Marani, (lo dice
Wikipedia) è l’inventore della lingua artificiale chiamata
Europanto, costituita da un
insieme di tutte le lingue d’Europa. In questo idioma totalmente inventato
ha tenuto una rubrica fissa su giornali svizzeri e belgi. L’Europanto
è una provocazione contro l’integralismo linguistico di chi predica la
purezza delle lingue. Con il gioco intellettuale dell’Europanto,
Marani invita a imparare le lingue sapendo
vedere dietro ogni lingua l’umanità di chi la
parla. La lingua è uno strumento identitario,
ma è anche una porta aperta verso nuovi mondi che aiuta a vedere meglio
noi stessi. La lingua ovviamente, perché la visione ludica del Palio di
Serravalle e Copparo il nostro Marani non la
vede, del resto io non l’ho mai visto tifare al Palio di Copparo, quindi
mi spiego molte cose.
Dice ancora
Wiki che, nei suoi romanzi, Diego
Marani sviluppa e approfondisce la
tematica dell’identità e dell’appartenenza
mettendo a frutto la sua esperienza di funzionario europeo. In altre sue
opere affronta invece la tematica delle radici
e della memoria.
Già, ma la memoria va
cercata, va anche sfrondata, insomma, ognuno si
tenga la memoria che preferisce. E questo lo dico io, perché nell’articolo
di Marani la memoria viene
storpiata come se l’Europanto lo parlassi io.
Ancora da
Wiki: In Europanto
Diego Marani ha pubblicato una raccolta di
racconti (Las adventures
des inspector
Cabillot). Il primo romanzo (in lingua
italiana) è Caprice des
Dieux, uscito nel 1994. Il romanzo
Nuova grammatica finlandese, ha ricevuto il
Premio Grinzane Cavour nel 2001 e
il Premio Dessì nel 2002. Con
L’ultimo dei Vostiachi Diego
Marani ha vinto il Premio Selezione
Campiello nel 2002. Diego Marani
collabora con il supplemento culturale del Sole 24 Ore.
Dove abbia trovato il
tempo di scrivere questo mirabolante articolo, per me rimane un mistero.
Ecco cosa scrive Diego
Marani…
Il nostro
palio è una tradizione preziosa che ogni anno ravviva in giochi antichi il
ricordo di quando Ferrara era una capitale. Lo spirito di una capitale non
muore mai e anche a Ferrara lo si può ancora
sentire.
C’è qualcosa di grande che resta non solo nei nostri palazzi ma
perfino nei ferraresi, malgrado loro stessi.
Il nostro seppur breve dominio ci ha spinti a pensarci nel mondo,
a guardare il mondo. Di quella visione ci resta
una pur sepolta consapevolezza. Celebrare la memoria rinsalda i legami di
una società e mantiene la coesione che serve per affrontare il futuro.
Bisogna però averla la memoria.
Come ha scritto lo storico inglese Eric
Hobsbawm, la tradizione si inventa.
Ma anche per
inventarla serve uno straccio di materia prima. Una storia certa e un
giudizio condiviso su di essa sono l’essenza di ogni mito. Tutta roba che
i ferraresi hanno in abbondanza.
Ma
che manca platealmente a certi patetici eventi di recente invenzione che
pretendono di recuperare tradizioni inesistenti.
Bene, sappiate quindi
che i ferraresi – io l’ho ripetuto più volte, ho aperto il blog
Fatiquei proprio per
raccontarvelo – campano ancora dei fasti
estensi. Prima di quelli, a Ferrara c’erano i
Salinguerra e gli Adelardi che si
menavano un giorno sì e uno sì, gli Este a
Ferrara ci piombano per fare fortuna, arrivano dal Veneto, mica sono roba
nostra. Eppure – un po’ per bravura, molto per un oroscopo benigno e
moltissimo perché avevano facce da culo che i
nostri politici odierni se le sognano -, gli Estensi pigliano Ferrara e la
tengono a lungo. Fanno di meglio, si
imparentano col resto d’Italia e d’Europa, perché non sono dei cretini,
eh? Sono imprenditori e tarabascani, della
peggior specie.
Se ne vanno quando il papa trova il maccheggio
giusto per riavere indietro la città, e no, non fanno harakiri sulla
pubblica piazza, prendono armi e bagagli e se
ne vanno a Modena e no, di nuovo, non si sono estinti. Un ramo degli
Estensi è ancora vivo e vegeto.
Ma
dicevamo: i fasti estensi, già, purtroppo interrotti dai secoli bui a
seguire. E infine chi arriva a rinverdire l’epoca di Ferrara capitale? I
fascisti.
Ma dai? A Ferrara? Sì, ma non ditelo ai
ferraresi sennò gli va di traverso la salamina.
Mai sentito parlare di
Italo Balbo? A Ferrara sì, ma si fa finta di niente. A
quei tempi avere a Roma un ministro con le palle, portava nel nostro
territorio grossi benefici. Adesso no, infatti
ci cucchiamo Cona e ci chiudono l’ospedale in
città. Beh, fateci un bel Palio a Cona, dai,
così festeggiamo tutti assieme!
Ho per caso
sorpreso su internet il titolo di una notizia di cronaca dell’estate
scorsa: ‘Il Palio di Serravalle alla Fiera
mondiale della zanzara di Berra’. Qui c’è
qualcosa che stona. Non la Fiera mondiale della zanzara, che a Berra ci
sta tutta. Ma il palio di Serravalle. Una
tradizione di sbandieratori in divise giallorosse, tamburi e trombe
sembra un po’ improbabile in terre di recente
bonifica lungo l’argine del Po.
Quando nel 1259 Ferrara celebrava il suo
primo palio, qui si affondava nella melma fino
alle anche e i pochi abitanti di tempo libero per il gioco, fra pellagra e
malaria, dovevano averne poco.
Gentile
Marani, guardi che in quegli anni nemmeno a
Ferrara si stava poi tanto bene. Civilizzati un po’ più delle scimmie del
circondario, con la rotta di Ficarolo ancora
non del tutto asciutta, scalzi in mezzo alla melma – e speriamo fosse solo
melma, perché le fognature degli antichi romani erano
decisamente più all’avanguardia delle nostre -, con la fame e le
gabelle a multarti nel crescere, con la spada sotto al cuscino. C’era un
detto, lo racconta proprio la Bellonci
nel suo “Lucrezia Borgia”: a Ferrara nessuno è
troppo povero per non avere almeno una lama. Già, attaccabrighe, e poi non
mi si venga a dire che le brutte abitudini le ho portate io da Goro, eh?
Ah, giusto, nel suo ultimo libro –
Al
Zanett inspirtà
– , lei usa proprio il mio paese per citare una località fuori dal mondo,
dove i villici sono spartiti in tribù semi-acquatiche. Non ha tutti i
torti, sa? Eppure, siamo sopravvissuti ai papalini, alle zanzare e alle
vongole che sono andate a ramengo:
sopravviveremo anche ai suoi libri, ne stia
certo.
Ma
chissà, forse si faceva surf sull’onda delle rotte di Po, si faceva la
gara a chi moriva prima di fame e il palio offerto in premio era un pezzo
di tela di sacco in pura canapa? No, a Serravalle, se proprio ci si vuole
inventare un palio, gli sbandieratori non vanno bene.
E quelli di Ferrara li
trova in epoca? Stanno forse segnalando in
battaglia? Ma quale battaglia, a Ferrara è già tanto
se ci si trova in piazza per dire che il S. Anna va tenuto aperto… mica
come a Comacchio, ma già, a Comacchio ci sono le celebrazioni della
“Guerra del sale”. Glielo dice lei che quella guerra l’abbiamo
vinta sulla carta e abbiamo perso il Polesine? E cosa minchia rinverdiamo?
La vittoria di tolla?
Dica ai comacchiesi che la piantino, se poi le sputano in un occhio, beh,
a mio parere hanno tutte le ragioni del mondo.
Serve
qualcosa di più etnico. Per esempio una bella corsa di rane, una gara di
pesca a manazza, una staffetta
scalzi sulla terra arata o magari il lancio
della pantegana. Tutte discipline che meglio esprimono il territorio.
Chissà come saranno
contenti quelli di Serravalle! Immagino la vorranno come ospite d’onore al
Palio paesano, prepari la valigia e scenda da Bruxelles, le
verranno incontro a piedi nudi, con l’orecchino
al naso, salutandola con un “sì, buana”.
Per quanto ne so – e mi
perdoni se ne so meno di lei – Serravalle è un
paesino che si dà da fare, c’è gente che cerca di imbastire qualcosa di
ludico – pulito, senza doping di sorta – che possa unire vecchi e giovani.
Non dico nazioni diverse, parlo di età differenti, o anche questo non
rientra nel suo campo di studi?
Credo fermamente nel valore del gioco come espressione del vivere sano e
come metodo, senza tempo e geografia, per riabilitare il proprio
territorio all’occhio di chi lo vive.
Di chi lo vive,
ribadisco, e non di chi scova articoli su di un
giornale.
Un’altra
grande risorsa che Serravalle potrebbe valorizzare per il suo palio è il
pesce siluro. Se vengono fin dalla Germania a pescarlo e perfino a
mangiarlo sull’argine del Po, un valore dovrà pure averlo? Allora nel
palio di Serravalle ci starebbe bene una bella caccia al siluro o una
corsa di siluri in Po. Ogni
gareggiante si legherà a un pesce. Vince chi annega per ultimo.
Lei ha perfettamente
ragione, ma proprio non mi spiego perché i cavalli di Ferrara non corrano
più in centro storico. Guardi che piazza Ariostea non è in epoca, fossi in
lei chiederei di farla interrare nuovamente.
Per quanto riguarda
l’annegare in Po, mi permetta di ricordarle che Ferrara e il Po non si
vedono da diverso tempo – eh, la rotta di Ficarolo!
– e forse lei ha completamente scordato quanto poco sia saggio farsi beffe
del grande fiume. Io no, ma io sono di Goro – non sono mica nata in centro
a Ferrara, nemmeno a Tresigallo, si figuri! –
e ho imparato una cosa: sui morti in Po – e su quelli in mare,
ché io ho la fortuna d’essermi bagnata i piedi
in entrambi fin da poppante – non si scherza. Sa, proprio non è bello, o
forse per lei i morti in Po sono roba vecchia, che non si usa più. Ecco,
ricordi di Palio, mettiamola così.
Beh, caro Marani, sappia che a Ferrara si
buttano dal grattacielo – brutta morte, anche
per la scelta del posto – ma da noi il Po va ancora alla grande.
Quindi, sia cortese, lasci i morti al Po e lei
continui a stare a Bruxelles.
Un altro
palio posticcio è sicuramente quello di Copparo, istituito nel 1934 da
Italo Balbo, governatore della Libia.
Quello di Ferrara l’ha
riportato in auge proprio lui, si figuri, o la cosa va taciuta?
Vero, come ho
scritto sopra, tutto si può inventare.
Ma anche qui, che l’invenzione sia coerente!
Non le basta l’aver
piazzato qui una Delizia Estense? Vuole che riportiamo le cose come
stavano? E allora ricominciamo ad andare a caccia al
Barco, coi leopardi. Già, si faceva così, poi
si è smesso. Peccato, perché i leopardi davano quel tocco d’esotico che
piaceva agli Estensi…
Al palio di
Copparo, per essere in linea con la figura del suo inventore, non deve
dunque mancare almeno una corsa di cammelli, una staffetta di ascari
tripolitani, una gara di montaggio tenda beduina e una corsa
coi Panzer.
In realtà noi
facciamo giochi di piazza, e credo che il tiro
alla fune e il palo della cuccagna li conoscesse anche Balbo.
No, non li facciamo in orbace, grazie al cielo abbiamo sarte che ci
preparano abiti eccellenti, sa, altri pirla
come noi che al Palio dedicano dodici mesi l’anno.
Pensi che una volta
avevamo anche la corsa con le somare –
aberrante, eh? -, ma è stata abolita per non
far soffrire le bestiole. No, mica come al
Palio di Ferrara, cosa va a pensare? A Copparo nessun
somaro si è mai azzoppato in curva, non siamo mica storici come a
Ferrara, noi!
Il gioco a
squadre’’caccia al colonnello’’ sarà la grande sfida fra le contrade.
Se avessimo maggiori
fondi potremmo anche andare a caccia del
colonnello in compagnia del leopardo, può esserne sicuro, ma qui i soldi
non li abbiamo.
Qui andiamo avanti a
forza di volontariato e stringendo i denti, pensi che potremmo
tranquillamente sederci al bar, come chi non fa niente e critica un
mucchio, faremmo meno fatica, non crede? Invece
ci sbattiamo – il culo e l’anima – per riuscire
a tenere assieme un rione: vecchi e giovani, uomini e donne, musici e
sbandieratori, sarte, figuranti e tutti gli altri. Parlo di decine di
persone, gente che alla sera non si inebetisce
davanti alla tv: sta in strada a provare gli esercizi, anche se fa freddo.
Glielo dicevo, siamo dei pirla.
Teatro
dell’evento dovrà essere un deserto ricostituito di dieci ettari fra
Copparo e Guarda.
Chiediamo ai contadini
di mandare in malora i campi per l’occasione o trasferiamo tutto alla
spiaggia di Volano? Pensi che bello, i beduini arabo
estensi che corrono tra gli ombrelloni! Ah, già, lei raccontava una
scena simile nel suo ultimo libro in dialetto, mi perdoni quindi se ho
citato indebitamente una sua idea.
Con almeno
quattro semafori, però. Ché Copparo è la
capitale mondiale del semaforo inutile e sarebbe un peccato che perdesse
il primato.
Mi perdoni, quale
sarebbe il semaforo inutile? Perché io a Copparo giro in bicicletta, e se
il semaforo inutile è quello della piazza, beh,
mi creda, mi ha salvato più volte la vita.
Scusi,
Marani, ma lei da quanto tempo non gira in
bici a Copparo?
Momento
cruciale della festa sarà la trasvolata in parapendio dal campanile della
chiesa al Po, dove concluderà i giochi una
regata di navi profughi in costumi tradizionali.
Diego Marani
Caro
Marani, io temo che lei abbia confuso la
satira con lo sfottò e la stia inavvertitamente usando sul Palio
sbagliato. Guardi, glielo dico in amicizia, perché col matrimonio m’è
arrivato in dote prima il Palio di Ferrara e poi quello di Copparo. Un po’
ho visto d’entrambi – da dentro, mica sui giornali – e le posso garantire
che non si tratta di un branco di fessi in
calzamaglia.
Mi chiedo quindi quando
lei – tresigallese, molto più cittadino di me,
per carità… – abbia mai vissuto in prima persona le tradizioni esotiche
del Palio di Serravalle e di Copparo, perché io a Copparo non ricordo
d’averla mai vista, sa? Né come
spettatore e, men che meno, impegnato in uno
dei nostri Rioni.
Quindi,
mi scusi, di cosa va cianciando?
Gaia Conventi
P.S.
Voglio sperare che il Sindaco di Copparo e la Presidentessa
dell’Associazione dei Rioni del Palio di Copparo abbiano già preso carta e
penna per scrivere a “La Nuova Ferrara”. Nel mio piccolo mi accontento di
questo blog, se deciderete di linkare questo post sulle vostre bacheche
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