Nei giorni scorsi la
stampa locale ha dato notizia dell'affidamento ad una società consortile del
servizio di gestione dei rifiuti urbani. Il sindaco di Berra, Eric Zaghini,
è stato l'unico dei sindaci ad esprimere in materia un voto contrario. Lo
stesso Zaghini, comunque, intende chiarire ragioni della sua scelta con il
seguente comunicato.
La notizia, apparsa sulla stampa locale, del mio voto
contrario nel corso della seduta dell'A.T.o. del 27 dicembre
all'affidamento alla società consortile a r.l. “Terre acqua
Ambiente” del servizio di gestione dei rifiuti urbani nel bacino di 25
comuni della nostra provincia è ovviamente vera e corretta. E sempre per
ragioni di correttezza verso I cittadini che rappresento e per esigenze di
chiarezza, chiedo mi sia consentito di spiegare le ragioni di questa scelta.
Per non votare in modo favorevole vanno considerate ragioni inerenti la
governance della nuova azienda, ragioni economiche ed infine ragioni
opportunità politica. Quanto alle prime, mi pare indubbio che la
costituzione di una società tra le tre a totale capitale pubblico (Area,
Soelia, Cmv), determini l'esclusione dal nuovo organo assembleare di tutti i
sindaci dei 25 comuni interessati. Viene meno, in questo modo, il controllo
dei rappresentanti delle proprie comunità sulle aziende pubbliche.
Badate bene: non sono un nostalgico sostenitore del modello
pubblico monopolistico nella gestione dei servizi pubblici locali, anzi,
sono un sostenitore dell'economia di mercato. Ma se si sceglie il modello
pubblico, o il partenariato pubblico-privato, non può venir mai meno il
controllo degli enti locali sulle partecipate, vale a dire la possibilità di
partecipare alle assemblee dei soci ed esprimere un voto, nonché la
possibilità di controllare gli atti di gestione del Cda.
Le ragioni di ordine economico sono facilmente intuibili.
Rappresento un comune socio di AREA, conosco la situazione economica della
società. Ha attraversato una fase difficile, che sta superando con grandi
sacrifici. Il bilancio di AREA è stato oggetto di valutazione da parte di
una società terza, insieme al piano industriale, ed il risultato è
incoraggiante. Tuttavia, quando si consuma un matrimonio di interesse come
quello celebrato con la costituzione della nuova società, occorre compiere
una valutazione attenta delle situazioni economiche di tutte le aziende
coinvolte. Ho perciò sollevato perplessità sulla mancanza di un'analisi di
bilanci e prospettive di tutte e tre le aziende; ho chiesto di conoscere il
loro Margine Operativo Lordo, la loro consistenza patrimoniale, il loro
indebitamento. Ho avanzato l'idea che forse sarebbe stato il caso di dotarsi
di un'ipotesi di piano industriale e di valutare eventuali ricadute
tariffarie sui cittadini prima di varare questo progetto che ha sì molte
potenzialità, ma che presenta anche delle incognite.
Le ragioni di ordine politico forse interessano meno. Mi
limito a sottolineare come la soluzione adottata per far fronte agli
obblighi di apertura al mercato, imposti dalla normativa comunitaria, ancor
prima di quella nazionale, mi pare quantomeno timida. Il nostro Paese ha al
contrario un gran bisogno di liberalizzazioni vere, in cui diversi soggetti
in competizione tra loro si confrontino in una gara per offrire ai cittadini
servizi più efficienti al minor costo possibile. Una soluzione timida,
dicevo, perché l'art. 4 del D.L. N. 138 del 2011, impone di aprire i servizi
pubblici locali alla concorrenza attraverso due strumenti: una gara in cui
affidare al migliore (pubblico o privato che sia) la gestione del servizio;
oppure una gara mediante la quale l'azienda pubblica cede il 40% del proprio
patrimonio ad un privato con compiti operativi, mediante gara a “doppio
oggetto”. Ebbene, io penso che il presupposto logico di quest'ultima
soluzione, quasi la “ratio” di questo modello, sia la partecipazione diretta
al capitale dell'azienda pubblica “privatizzanda” da parte degli enti locali
nel cui territorio il servizio si andrà a svolgere.
Al contrario, nel caso della società consortile neocostituita,
la partecipazione degli enti pubblici non è diretta, ma mediata. In altri
termini non si cede il 40% delle “partecipate”, ma IL 40% di una
“partecipata delle partecipate”. Il che non è esattamente la stessa cosa.
Ritengo che i tecnici di A.t.o. abbiano vagliato i profili di legittimità di
questa scelta. Di certo sotto il profilo dell'opportunità politica, in una
fase in cui si invocano le liberalizzazioni per fare crescere il Paese, una
simile scelta, che di fatto tende a limitare la partecipazione dei privati
nella gestione delle società partecipate, non mi pare in linea con lo
spirito dei tempi.
Eric Zaghini - Sindaco di Berra